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Pietro Barrecchia, cultore di teologia ed arte sacra.

Le ceramiche rutilanti restituiscono i raggi al mittente nel mezzodì dell’ultimo giorno del primo mese. Lì sotto, al coperto, una lampada ad olio è la protagonista di una tradizione secolare. Una piuma, una croce. Il crisma sacro sfiorerà il capo di chi vorrà accostarsi al presbitero, che ha ben ragione, alla fine della giornata di manifestare la sua stanchezza, ma anche la sua soddisfazione. Una stanchezza che è comune al genere umano, unita alla soddisfazione di un popolo, che ha un così grande mecenate. Colui che porta il nome del Signore conosce bene le grotte. Ha certamente conosciuto gli anfratti del deserto d’Egitto, considerati riparo dall’arsura. Lui è un eremita. Quelle grotte non hanno solo consistenza materica. Ci sono grotte scavate nei visi e nell’animo. Noi le chiamiamo ferite. Colui che porta il nome del Signore, conosce come lenire quei solchi.

Lui è un medico! L’odore acre del sangue deve essergli stato compagno nella sua professione.

Penso che abbia accostato situazioni difficili, quando non esistevano i nosocomi ed ha cercato di dare un senso a quel dolore incontrato. Anche lui ha sofferto.

E’ un martire! Altri hanno raccolto il frutto della mietitura e dopo secoli hanno dato il pane al ricordo, alla memoria, alle radici di quella pianta popolare. Lui è il Patrono!

La sua semina iniziò in Alessandria d’Egitto, fino a giungere nella Capitale di un altro Regno. Partenope fu la causa dell’incontro tra un illustre figlio di questa terra, Francesco e Ciro, colui che porta il nome del Signore. Una distanza di terre e culture. Una distanza di secoli. Una distanza, apparente, di scelte individuali. L’uno, Francesco, ha trovato il suo ristoro nella più nota delle Compagnie e l’altro, Ciro, ricerca la solitudine. C’è un termine di paragone in queste apparenti distanze. Sono i malati e la voglia e la consapevolezza di non perdere neanche una goccia di quel sangue.

La certezza che hanno avuto loro è che tutto, proprio tutto, non finirà sul Calvario. Custode di quell’eredità è il popolo di Grottaglie, che non vedrà, quest’anno, varcare il simulacro di Ciro dalla sacra soglia dell’amata Annunziata di Francesco, il suo promotore. Ma, questa gente conosce il fuoco e sa che arde anche sotto il manto grigio della cenere come arde, sotto l’attuale plumbea avversità, la fede del popolo di Grottaglie. In fondo, Francesco da tempo è ritornato nella sua casa e la “Città delle grotte” è divenuto il luogo dell’eremita Ciro. Non è fuori luogo, allora, l’augurio di una buona e proficua festa. Passeranno i titoli di questo film e, a tal proposito, non posso sottrarmi di prenderne in prestito uno, non a caso. Non in termini goliardici, nè in termini di timore. A mò di esortazione: “Attenti a quei due”! A quei due che non hanno conosciuto titoli di coda!”

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