fullonese e logo quaranta

Un’importante svolta verde, scientifica e culturale sta per interessare il territorio di Grottaglie. Grazie allo scorrimento della graduatoria del PR Puglia 2021-2027, il Comune si è aggiudicato un finanziamento regionale di circa 1,1 milioni di euro interamente destinato al progetto di realizzazione del Parco del Fullonese. L’intervento, inizialmente ammesso ma rimasto escluso per carenza di fondi, è stato recuperato grazie a una manovra economica più ampia con cui la Regione Puglia ha elevato a ben 41,1 milioni di euro le risorse complessive destinate ai bandi per il verde urbano, la riqualificazione ecologica delle coste e il rafforzamento della rete ecologica regionale.

L’obiettivo dell’Amministrazione comunale guidata dal sindaco Ciro D’Alò è trasformare la gravina in una vera e propria infrastruttura climatica. Non si tratta di un semplice restyling decorativo: piantare più alberi, aumentare la permeabilità dei suoli e recuperare le aree degradate sono gli strumenti scelti per rendere il centro urbano più resistente alle ondate di calore e alle precipitazioni intense dettate dalla crisi climatica, ricucendo finalmente il legame reciso tra la città e il paesaggio naturale.

IL PIANO FINANZIARIO REGIONALE PR PUGLIA • Budget Totale Bandi Regionali: 41,1 Milioni di Euro • Quota Assegnata a Grottaglie: ~1,1 Milioni di Euro • Filosofia dell’intervento: Il verde come ‘Infrastruttura Climatica’

1. La culla geologica: il secondo gradino murgiano

Per comprendere l’unicità del Vallone Fullonese è necessario analizzare la complessa morfologia del territorio grottagliese. A nord-est, un lungo cordone collinare – geologicamente definito come secondo gradino murgiano – separa l’area dai comuni limitrofi di Martina Franca, Taranto e Villa Castelli, originando un gioco di enclaves territoriali.

Al di sotto di questa linea collinare si sviluppa il primo gradino murgiano, dove sorge l’abitato di Grottaglie. Sebbene questa piattaforma si presenti pressoché pianeggiante e in lieve progressivo declivio, il suo andamento tabulare viene interrotto all’improvviso da brevi o profonde incisioni carsiche: le lame e le gravine. Nate dall’erosione millenaria dell’acqua, queste fratture geometriche regalano al paesaggio una varietà biologica e microclimatica eccezionale. Ed è esattamente sul versante occidentale del centro urbano che si spalanca il Vallone Fullonese.

2. Un tesoro botanico nascosto sul fondo della gravina

L’indagine scientifica condotta dal Piano Urbanistico Tematico Territoriale evidenzia una straordinaria ricchezza ecologica. Nel territorio grottagliese si distinguono quattro macro-ambienti vegetazionali principali: la macchia mediterranea, le pinete, i boschi di querce caducifoglie e il canneto.

Il Vallone Fullonese rappresenta la sintesi perfetta di questa biodiversità. Esplorandolo da monte a valle, lo scenario cambia in modo radicale a seconda dell’esposizione e dell’umidità:

I costoni rocciosi e gli spalti

Le pareti verticali si presentano in parte nude e in parte colonizzate da macchia bassa e strisciante. Tra le specie principali spiccano piante decombenti di cappero (Capparis spinosa), esemplari di caprifico, olivastri e pini d’Aleppo. Lo spalto sinistro è dominato visivamente dai fabbricati della ex Casa di Mendicità, mentre quello destro è caratterizzato da imponenti anfratti rocciosi e grotte.

Il fondo del vallone

Rappresenta la sezione di maggiore interesse scientifico. L’ambiente, mantenuto costantemente umido grazie a un canale d’acqua a scorrimento stagionale, ospita un consistente e raro nucleo di querce caducifoglie (in fase di identificazione specifica). Queste piante costituiscono una vera e propria tessera della foresta originaria del territorio grottagliese prima dell’antropizzazione. Completano il quadro botanico di fondo della gravina alcuni annosi e monumentali alberi di carrubo (Ceratonia siliqua), elementi di eccezionale valore bio-storico non sempre segnalati negli studi specifici del settore.

Nelle aree circostanti, questa vegetazione si raccorda al Quercetum galloprovinciale (la macchia alta di leccio), ricca di lentisco, mirto, corbezzolo, fillirea, alaterno, cisto di Montpellier, ginestra odorosa e pungitopo.

3. L’architettura del “vivere nella pietra”: gli spazi ipogei

L’insediamento del Vallone Fullonese non è il frutto di scavi casuali, ma risponde a una vera e propria scienza dell’architettura in negativo, basata sulla sottrazione di materia. La colonizzazione della gravina fu facilitata dalla natura geologica delle pareti: la calcarenite (comunemente detta tufo), una roccia tenera e friabile durante lo scavo, ma straordinariamente resistente una volta isolata e stagionata all’aria.

L’Hospitium e la pianta a “pettine”

La struttura dello Hospitium Peregrinantium (risalente al XVI secolo) adotta un layout tipico dell’ingegneria rupestre di servizio. Un lungo corridoio centrale (chiamato dromos) funge da asse distributivo. Su questo corridoio si aprono lateralmente, come i denti di un pettine, le singole celle o camerate. Questo sistema garantiva la massima stabilità statica alla roccia sovrastante, sfruttando i setti divisori naturali come pilastri portanti.

La Chiesa Rupestre e la sovrapposizione storica

La chiesa mostra la fusione di due epoche distinte. La struttura originaria alto-medievale (VI-VII secolo) sfruttava probabilmente una grotta naturale preesistente, riadattata scavando un’abside orientata a est (secondo la tradizione liturgica bizantina) e nicchie per le immagini sacre. Il rifacimento cinquecentesco ha introdotto elementi della muratura tradizionale (sub-divo), regolarizzando le pareti interne, consolidando le volte con archi di scarico in pietra e modificando l’ingresso per integrarlo visivamente con l’esterno della gravina.

Sistemi di sussistenza integrati

Ogni complesso comprendeva una fitta rete di canalizzazioni scavate nella roccia per convogliare l’acqua piovana in apposite cisterne ipogee a forma di campana, intonacate con malte idrauliche impermeabili. Non mancavano piccoli camini per lo sfogo dei fumi e nicchie a muro (stipi) usate come armadi o supporti per le lucerne.

4. Chi utilizzava questi spazi? L’origine del nome e l’insediamento ebraico dei conciapelli

Il Vallone Fullonese è stato per secoli un crocevia umano dinamico, capace di cambiare pelle a seconda delle necessità storiche, religiose ed economiche. L’identità stessa della gravina è indissolubilmente legata all’artigianato e a una specifica comunità culturale: il termine “Fullonese” deriva infatti direttamente dal latino fullones (i lavandai, tintori e conciatori di pelli).

La comunità ebraica dei conciapelli (Fine X secolo)

Intorno al 977 d.C., in seguito al drammatico saccheggio e all’incendio della vicina città di Oria da parte dei Saraceni, una numerosa comunità ebraica fuggì in cerca di riparo. Trovando nel Vallone Fullonese l’ambiente ideale – protetto dai costoni rocciosi e, soprattutto, ricco dell’acqua costante del canale di fondo indispensabile per il lavaggio e il trattamento dei cuoi – vi stabilì un vero e proprio distretto industriale e residenziale rupestre.

I membri di questa comunità erano abilissimi artigiani specializzati nella concia delle pelli e nella tintura dei tessuti. La loro impronta culturale fu così profonda che la stessa Chiesa Rupestre, in quel periodo storico, assunse la denominazione di San Pietro dei Giudei. Soltanto secoli dopo, attorno al XIV secolo, questa comunità si trasferì stabilmente all’interno delle mura fortificate di Grottaglie, dando vita al quartiere urbano della Giudecca (nella zona di Porta Sant’Antonio), dove la memoria storica è rimasta impressa in toponimi come “via de li cuoiai”.

I Monaci e gli Eremiti (Epoca Alto-Medievale, VI-IX sec.)

Oltre agli artigiani, la gravina rappresentava il deserto ideale per i monaci di matrice italo-greca o bizantina. Un luogo nascosto, separato dal mondo, perfetto per la preghiera e l’ascesi (l’anacoretismo). Questi religiosi formavano piccole comunità (laure) che condividevano la chiesa per i momenti liturgici, dedicandosi alla coltivazione agricola della lama e alla trascrizione di testi sacri.

I Pellegrini e i Viandanti (Epoca Rinascimentale, XVI sec.)

Nel Cinquecento, con la ristrutturazione della chiesa e la costruzione dell’Hospitium, il Fullonese divenne una stazione di sosta cruciale. La Puglia era percorsa dalle vie della fede (i rami meridionali della via Francigena) dirette verso i porti d’imbarco per la Terra Santa (Brindisi, Otranto) o verso i grandi santuari del Mezzogiorno (San Michele Arcangelo sul Gargano). I pellegrini, spesso privi di grandi mezzi economici, trovavano nell’ospizio della gravina un letto di paglia protetto, acqua fresca dalle cisterne e un rifugio sicuro dalle bande di briganti che infestavano le strade principali.

5. Il giallo storiografico della dedicazione

Su questo complesso rupestre aleggia da tempo un affascinante mistero storico. Molte fonti locali e la tradizione identificano la chiesa ipogea con quella dedicata ai Santi Pietro e Paolo. Tuttavia, il dibattito storiografico rimane aperto: autorevoli studiosi di storia locale, tra cui il Galletto, mettono in dubbio tale tesi. Secondo queste ricerche, la reale chiesa dei SS. Pietro e Paolo citata dai documenti d’archivio sarebbe da identificarsi con una chiesetta ubicata in un’altra zona della città, a ridosso dell’ex convento dei Cappuccini.

Il nuovo finanziamento di 1,1 milioni di euro della Regione Puglia permetterà finalmente di valorizzare questo immenso patrimonio materiale e immateriale. Il Vallone Fullonese smetterà di essere una ferita isolata ai margini della città, trasformandosi nel cuore pulsante di una Grottaglie più verde, resiliente e consapevole delle sue profonde radici multiculturali.

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