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Rif. bibl.: F. Stea – L. Galletto, Amministrazioni e amministratori postunitari grottagliesi, Schena, 1983

Il passaggio dal regime borbonico a quello sabaudo non fu una transizione pacifica, ma un vero e proprio scontro di civiltà che, nel Mezzogiorno e in Terra d’Otranto, prese le forme violente e tragiche del brigantaggio. Se le piazze grottagliesi avevano esultato al passaggio del mito di Garibaldi, l’impatto con la realtà post-unitaria — fatta di nuove tasse e della leva militare obbligatoria — generò un terreno fertile per la rivolta. Nel 1862, Grottaglie divenne teatro di uno degli episodi più cupi della sua storia ottocentesca.

L’irrequietezza ansiosa del momento sfociò in un brutale agguato di matrice brigantesca. Nella furia cieca dell’urto tra fazioni reazionarie e innovatori, il più autorevole esponente locale delle forze liberali e unitarie venne impietosamente trucidato. Questo omicidio politico non fu un caso isolato, ma il culmine di una guerriglia che vedeva le campagne circostanti infestate da bande armate, spesso sostenute clandestinamente dai nostalgici dei Borbone.

Per rispondere a questa emergenza che minacciava di far collassare l’ordine pubblico, il Comune dovette fare appello a poteri straordinari. Il Sindaco, affiancato dal Sottointendente di Taranto, assunse il comando effettivo della neonata Guardia Nazionale. I verbali dell’epoca descrivono sessioni del Consiglio Comunale drammatiche e frequenti, in cui i consiglieri — i cui cognomi risuonano ancora oggi familiari nelle famiglie grottagliesi — prendevano la parola con “senno e mano” per deliberare misure di coprifuoco e pattugliamento. Fu grazie a questa inflessibile e sollecita energia che le istituzioni locali riuscirono, nei primi decenni, a respingere l’ombra del brigantaggio e a traghettare la città verso la legalità dello Stato italiano.

LA RIVOLUZIONE DELLO SCALO FERROVIARIO: LA FINE DELL’ISOLAMENTO ECONOMICO.

Per tutta la prima metà dell’Ottocento, Grottaglie era rimasta parzialmente isolata, collegata ai centri limitrofi da strade vicinali fatte di terriccio e breccia, impraticabili durante i mesi invernali. La vera svolta per il riscatto economico e per lo sviluppo della storica tradizione artigianale e ceramica della città arrivò con il progetto della linea ferroviaria Taranto-Brindisi.

Tuttavia, ottenere la costruzione dello scalo ferroviario a ridosso dell’abitato non fu un percorso semplice: la scarsità dei mezzi del bilancio comunale rappresentava un ostacolo quasi insuperabile, e gli interessi dei paesi vicini rischiavano di deviare la linea. La delibera del Consiglio Comunale dell’epoca testimonia una battaglia politica serrata, risolta solo grazie all’intervento di figure influenti e colte che misero la propria autorità al servizio della comunità.

Un ruolo cruciale in questa difficile vertenza fu giocato dall’onorevole Gaetano Brunetti e dall’ingegnere Saverio Olini. Furono loro a patrocinare instancabilmente presso il governo centrale le esigenze di Grottaglie, dimostrando come lo scalo ferroviario fosse vitale non solo per i passeggeri, ma soprattutto per l’esportazione delle merci e dei manufatti degli artigiani. Quando l’accordo fu finalmente ratificato e i binari posati, l’Amministrazione Comunale, in segno di imperitura riconoscenza, concesse a Brunetti e Olini la cittadinanza onoraria. La ferrovia trasformò radicalmente il volto di Grottaglie, agganciandola alle reti commerciali nazionali e mondiali.

 LA TERRA DEL DOLORE: LA VITA FATICATISSIMA DEI CONTADINI E LA FAME DI FINE SECOLO.

Mentre la classe dirigente si scontrava sulla politica e sulle infrastrutture, la stragrande maggioranza della popolazione grottagliese, costituita da contadini, zappatori e braccianti, viveva una realtà di dura povertà. La fine dell’Ottocento fu un periodo particolarmente tormentato per i lavoratori della terra, a causa di una congiuntura climatica e sanitaria devastante.

I documenti d’archivio e le memorie tramandate dai padri descrivono gli ultimi decenni del secolo come un tempo di “vita dura e travagliata”. Grottaglie fu colpita da ripetute alluvioni che distrussero i raccolti e da ricorrenti epidemie (come le febbri malariche e il colera) che misero in serio pericolo la sopravvivenza stessa della popolazione. I contadini si trovarono letteralmente sotto il morso della fame.

Il racconto orale dell’epoca conserva l’eco drammatica di quelle sere in cui la gente dei campi non riusciva a saziarsi “neanche di edra” (erba selvatica). All’alba, gli zappatori si recavano nei campi portando nelle loro bisacce solo una misera “plava” (una spianata di pane povero e duro) per affrontare giornate di lavoro massacranti sotto il sole o nel fango. Fu proprio per rispondere a questa disperazione che il Comune, guidato da uno spirito di solidarietà e “carità di patria”, cercò di applicare la politica dei lavori pubblici artificiali, preferendo aumentare le tasse al limite della sopportabilità pur di garantire a questi uomini il diritto fondamentale al pane, salvaguardandone la dignità contro la logica dell’elemosina.

Ecco i nuovi capitoli storici basati sull’ultimo frammento di testo d’archivio. Il contenuto è stato ripulito dai refusi di trascrizione (come “munti”, “strame maestre”, “inpicarsi”) e organizzato per dare continuità al lavoro eccellente svolto finora.

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