MUMMOLO E BADESSA MARANO1

Dalle suppliche di una Badessa a un legato perpetuo: la faida ventennale che infiammò la Puglia di fine Ottocento.

Francesco  Occhibianco-Vito Nicola Cavallo

Nelle penombre silenziose del Monastero delle Clarisse di Grottaglie, nel lontano 1896, le preghiere e la diplomazia si intrecciavano indissolubilmente con i destini delle più in vista famiglie cittadine. Regista instancabile di una fitta rete di scambi epistolari e morali era la Badessa, Suor Marianna Maranò. Ma la sua dedizione spirituale nascondeva un legame di sangue e un’influenza temporale che avrebbero segnato per sempre la topografia e la storia legale della città.

Suor Marianna era infatti la sorella della defunta prima moglie del nobile Vito Nicola Mummolo (spesso apostrofato nelle missive come «Mummulo»). Un legame profondo, spezzato anzitempo dalla dipartita della consorte, Elisabetta Maranò. Proprio per onorare la memoria della prima moglie e garantire la salvezza della propria anima, il Mummolo era stato docilmente guidato dall’autorevole cognata in una scelta epocale: la Badessa lo aveva convinto a cedere la propria sontuosa casa situata in piazza per ospitare la prestigiosa comunità dei Gesuiti. Un atto di devozione straordinario che suggellava il patto spirituale tra il nobiluomo e l’ordine religioso.

A testimonianza imperitura di questo profondo legame devozionale e del lutto mai superato, il 20 maggio 1896 veniva formalizzato un solenne documento pubblico:

«VITO NICOLA MUMMOLO, a provvedere di suffragi perpetui la sua e l’anima della defunta sua moglie ELISABETTA MARANO ed a fare che in questa chiesa delle Clarisse non mancasse pel bene delle Religiose e de’ fedeli una seconda messa, fondava il benefizio di una messa quotidiana da celebrarsi qui un’ora dopo la conventuale tranne il dì 20 d’ogni mese in cui dichiarava di volerla invece celebrata al cimitero nell’oratorio della sua tomba gentilizia. Grottaglie 20 maggio 1896.»

Tuttavia, solo poche settimane dopo la fondazione di quel beneficio perpetuo, un uragano di passioni terrene sconvolse l’apparente quiete. Il vedovo Mummolo si era innamorato di una giovane donna del posto, Beatrice Gemmato. Una relazione legittima, che però divenne immediatamente bersaglio di calunnie velenose, invidie feroci e dell’ostilità aperta dell’intero paese. Di fronte all’esitazione dell’uomo, terrorizzato dal giudizio pubblico e dai complotti dei parenti, la Badessa scese nuovamente in campo con una proposta audace, tramandata segretamente nelle sue lettere dirette all’Eccellenza Reverendissima: «…mi prenderò io l’impegno di non farvi fare nemmeno una pubblicazione se volete? Appunterò io con l’Arciprete, e così in segreto sposate, e dopo si saprà». Un espediente drastico pur di salvare l’onore della giovane Beatrice, definita dalla religiosa come una «povera vittima dell’invidia diabolica».

Il matrimonio, difeso a spada tratta dal coraggio della superiora di Santa Chiara, venne infine celebrato. Ma le conseguenze di quell’unione erano destinate a sopravvivere ai suoi stessi protagonisti. L’intreccio tra i beni patrimoniali dei Mummolo, i lasciti religiosi e la nuova linea matrimoniale aprì le porte a una vera e propria tempesta giudiziaria nel secolo successivo. Quella che era nata come una disputa d’onore si trasformò in una faida ereditaria ventennale che tenne banco nei tribunali pugliesi, vedendo scontrarsi duramente Francesco Cavallo (erede testamentario degli interessi e del nome del Mummolo) e la determinata Beatrice Traversa. Un contenzioso infinito che frammentò proprietà e memorie storiche, legando per sempre i segreti claustrali di fine Ottocento alle aule di giustizia del Novecento.


Nota storica: La documentazione d’archivio e le fonti epistolari originali che hanno permesso la ricostruzione di questa vicenda sono state gentilmente concesse dal Prof. Francesco Occhibianco.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *