Tratto da BRIGANTAGGIO E SOCIETÀ SEGRETE NELLE PUGLIE (1817-1828) DAI RICORDI DEL GENERALE R. CHURCH GOVERNATORE DI TERRA DI BARI E DI TERRA D’OTRANTO COMANDANTE DELL’ ESERCITO NAPOLETANO IN SICILIA, EC. EC. FIRENZE, G. BARBÈRA, EDITORE. 1899.
Alle quattro di un gelido e rigido mattino d’inverno, il contingente del generale Church lasciò Martina Franca nel massimo silenzio, senza suoni di tromba né rulli di tamburo. Mentre le truppe sfilavano lungo l’angusto sentiero roccioso fiancheggiato da scuri promontori e dalle caratteristiche costruzioni coniche in pietra bianca erette dai contadini (i trulli), il colonnello Schmerber, capo di stato maggiore, espresse al generale tutta la sua perplessità. Schmerber non comprendeva come Church avesse potuto risiedere una settimana intera in uno dei principali covi di Ciro Annichiarico senza prendere precauzioni palesi e senza mai pronunciare il nome del bandito.
Church rispose che raccogliere inchieste spettava allo stato maggiore, non al comandante supremo, e che la vanità del fuorilegge sarebbe stata la chiave della sua rovina. Per verificare lo stato psicologico del nemico, fu consultato il maggiore Bianchi, il quale riferì i discorsi che l’abate Ciro andava diffondendo tra i suoi complici nelle campagne circostanti. Il capo dei Decisi, ferito nell’orgoglio dall’assoluta indifferenza mostrata dalle autorità militari borboniche nei suoi confronti, era passato dagli insulti alle minacce furiose.
Secondo il rapporto del maggiore Bianchi, Don Ciro si diceva mortificato per la mancanza di interesse e definiva Church e i suoi ufficiali «un branco di asini». Riferendosi specificamente al generale inglese, Ciro aveva gridato stringendo i pugni: «È una bestia che non sa nulla degli affari d’importanza! Ma gli tirerò gli orecchi e me la pagherà! I suoi ufficiali sanno solo mangiare e bere, voglio ammazzarli tutti!». Questa reazione stizzita confermò la bontà della strategia di Church: negando all’abate lo status di nemico politico e trattandolo alla stregua di un comune delinquente, ne scardinava l’autorità carismatica, spingendolo a compiere passi falsi dettati dall’ira e dall’egocentrismo.