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GROTTAGLIE NELLA BUFERA DEL 1943: LA TRANSIZIONE DALL’ALLEANZA TEDESCA ALL’OCCUPAZIONE ANGLO-AMERICANA ATTRAVERSO IL DIARIO STORICO DEL RAGGRUPPAMENTO “CURTATONE E MONTANARA” E LE MEMORIE DEGLI ALLIEVI UFFICIALI DI COMPLEMENTO.

In esclusiva assoluta per la testata online G-PEGASO.IT, in occasione del 4 Novembre, Festa delle Forze Armate, pubblichiamo una straordinaria e monumentale ricostruzione storica. Questo saggio-articolo unisce organicamente la memoria dell’occupazione alleata dell’aeroporto “Marcello Arlotta” alle preziose e inedite testimonianze dei soldati italiani che vissero i drammatici giorni della svolta dell’8 settembre 1943 sul territorio della Terra d’Otranto.

La grande storia d’Italia, quella con la “S” maiuscola che segna il destino delle nazioni, si scrive spesso nei luoghi di frontiera. Sulle piste di decollo esposte ai venti del Mediterraneo, tra gli hangar sventrati e gli uliveti secolari della Puglia, si sono incrociate le rotte dei grandi bombardieri strategici e le vite sospese di migliaia di giovani studenti strappati improvvisamente alle aule universitarie. Grottaglie, con il suo nodo aeroportuale di vitale importanza, è stata uno di questi palcoscenici cruciali durante il tormentato anno del 1943.

Questa è la cronaca dettagliata e profonda di quei mesi drammatici, compressi tra la fine del fascismo, i devastanti bombardamenti alleati, le tensioni con l’alleato tedesco e la faticosa nascita della Guerra di Liberazione. Una narrazione condotta non dalla prospettiva distaccata dei Comandanti supremi, che volavano alti come aquile, ma dal punto di vista ravvicinato dei cittadini-soldati, che strisciavano – e non metaforicamente – sul terreno cretaceo della penisola salentina.

INTRODUZIONE STORICA: IL QUADRO STRATEGICO DI TERRA D’OTRANTO

L’aeroporto “Marcello Arlotta” di Grottaglie-Taranto non era un campo d’aviazione qualunque. I suoi primi hangar videro la luce tra il 1915 e il 1916, nel pieno della Prima Guerra Mondiale, specificamente progettati per ospitare i piccoli velivoli da ricognizione incaricati di sorvegliare e difendere il nevralgico porto militare di Taranto. Nel 1923, la neonata Regia Aeronautica – arma fortemente voluta e potenziata dal regime fascista per i suoi scopi di prestigio e potenza – ne fece una delle più importanti scuole di addestramento per i piloti del Regno.

Con l’ingresso dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, l’aeroporto subì una radicale metamorfosi, trasformandosi in una vera e propria piattaforma di proiezione ed esercizio di potenza bellica. La sua eccezionale vicinanza geografica alla penisola balcanica e ai teatri operativi del Mediterraneo centrale impose a Grottaglie una funzione strategica di primissimo piano nella pianificazione dello Stato Maggiore.

Questa centralità bellica si tradusse rapidamente in una profonda alterazione dello spazio urbano e della vita quotidiana della popolazione locale. Già a partire dal 15 aprile 1940, in ottemperanza alle rigide circolari prefettizie, l’amministrazione comunale dispose l’oscuramento parziale. Inizialmente, la misura venne attuata in modo quasi rudimentale, colorando con della semplice vernice azzurra le lampadine della pubblica illuminazione. Con l’andare dei mesi, la disciplina dell’oscuramento totale fu estesa alle abitazioni civili e vigilata con estremo rigore dall’Unione Nazionale Protezione Antiaerea (UNPA). Il comune istituì turni continui di ascolto della radio per captare i segnali d’allarme nemici: alla ricezione della segnalazione, un incaricato interrompeva l’erogazione dell’energia elettrica pubblica, mentre il campanaro della chiesa matrice batteva freneticamente 200 colpi di martello per avvisare la cittadinanza. Al cessato pericolo, i rintocchi si riducevano a tre colpi ripetuti per dieci secondi. Nel disperato tentativo di sottrarre le infrastrutture ai raid, gli hangar e le caserme vennero mimetizzati con pittura policroma per fonderli con il paesaggio agrario circostante.

Da queste piste passarono i massimi vertici del regime. Il 28 ottobre 1940, giorno dell’attacco alla Grecia, Benito Mussolini in persona atterrò all’Arlotta insieme al Comando Supremo di Roma. Il Duce intendeva decentrare il quartier generale per stabilirsi a ridosso del fronte operativo, imitando la strategia logistica di Adolf Hitler durante l’invasione della Polonia. Tuttavia, la macchina di comando italiana si rivelò disorganizzata, generando il caos nei ministeri romani e costringendo Mussolini a un frettoloso rientro nella capitale dopo soli quattro giorni, mentre la campagna di Grecia si avviava verso un disastroso fallimento.

Sempre il 28 ottobre 1940 giunse a Grottaglie Bruno Mussolini, figlio del Duce, nominato comandante della 260ª Squadriglia da bombardamento (inquadrata nel 106° Gruppo, ironicamente ribattezzato “Gruppo Lumache”). Bruno Mussolini rimase all’Arlotta fino al giugno 1941, partecipando attivamente alle incursioni su Patrasso e Tatoi, e utilizzando la base pugliese come laboratorio per sollecitare il padre a dotare l’Italia di bombardieri a lungo raggio capaci di operare in pieno oceano. L’aeroporto ospitava regolarmente anche i migliori assi della Luftwaffe tedesca, come Joachim Müncheberg (asso della 7ª Squadriglia del 26° Stormo Caccia, decorato con Medaglia d’Oro al Valore Militare), che da qui decollò il 6 aprile 1941 per stroncare la resistenza jugoslava a Podgorica. Ma la base fu anche teatro di tragedie dell’alleanza, come quella del tenente tedesco Ernst-Alfred Domanski, che l’8 febbraio 1942 perse la vita insieme all’intero equipaggio a causa del crash del suo velivolo subito dopo il decollo.

Il regime utilizzò abilmente lo scalo per cementare l’asse Roma-Berlino. Ogni anno, le celebrazioni della costituzione della Regia Aeronautica (28 marzo) e dell’anniversario dell’Impero (9 maggio) si trasformavano all’Arlotta in solenni cerimonie congiunte per avieri italiani e tedeschi, in cui veniva pomposamente riaffermato l’intimo legame destinato alla “comune vittoria”. Un’amicizia fraterna che, tuttavia, non era destinata a durare.

 IL IX BATTAGLIONE AUC E L’IMPATTO CON IL “SAHARA ITALIANO”

L’ODISSEA FERROVIARIA DEGLI UNIVERSITARI

Nel febbraio del 1943, Gino Damiani era uno dei tanti studenti della facoltà di Giurisprudenza dell’Università “La Sapienza” di Roma. Classe 1922, originario di Pratola Peligna, godeva come molti coetanei del privilegio del rinvio militare per motivi di studio. L’Italia, pur essendo in guerra dal 1940, non aveva decretato la mobilitazione generale, preservando temporaneamente le élite universitarie. Questo parziale regime di serenità si infranse bruscamente alla fine del 1942, quando il governo abolì i rinvii speciali. Richiamato alle armi, Damiani fu assegnato al IX Battaglione d’Istruzione del V Corso d’addestramento A.U.C. (Allievi Ufficiali di Complemento), acquartierato inizialmente ad Ascoli Piceno presso la caserma Clementi e il deposito del 49° Reggimento Fanteria.

British Figher Plane

La situazione militare precipitò nella primavera-estate del 1943 con il collasso del fronte africano e lo sbarco alleato in Sicilia (11 luglio). La Puglia divenne improvvisamente la prima linea difensiva della penisola. Il 3 luglio 1943, alle ore 20.00, il IX Battaglione ricevette l’ordine di mobilitazione immediata per la zona d’operazioni. Il viaggio in treno da Ascoli a Grottaglie si trasformò in un’odissea logistica durata tra le 40 e le 48 ore. Come ricordato dal dirigente ferroviario e allievo Giovanni Scanni, il convoglio militare subì interminabili soste forzate prima di Foggia e, giunto nei pressi di Brindisi, imboccò una bretella di diramazione secondaria costruita ex novo a 5 chilometri dalla stazione centrale per evitare i costanti bombardamenti che bersagliavano lo snodo adriatico.

LA DURA REALTÀ DELLA TENDOPOLI NELL’ULIVETO

L’arrivo a Grottaglie, il 5 luglio, fu uno shock psicologico per gli allievi settentrionali e appenninici. Nel suo diario personale, Gino Damiani annotò con disperazione: “Finalmente arrivo! Quale deserto, quale squallore dove ci attendiamo. Quanto è opprimente questo Sahara! Sahara italiano!”. Questa percezione quasi drammatica del paesaggio era dettata dal violento contrasto tra la rigogliosa terra d’Abruzzo o le verdi colline marchigiane e l’arsura estiva della Puglia. Giovanni Scanni, da pugliese, puntualizzò nelle sue memorie come quel terreno di colore rosso-cupo, cretaceo e arido, non fosse affatto un deserto, bensì una vasta distesa agraria dominata da ulivi secolari e vigneti.

Il IX Battaglione venne sistemato in una tendopoli d’emergenza allestita in un uliveto a circa 500 metri dal perimetro dell’aeroporto “Marcello Arlotta”. Le condizioni di vita si rivelarono subito estreme. Il campo era strutturato in piccole tende composte dall’unione di quattro teli quadrati di due metri per due, destinate a ospitare dai quattro ai sei allievi. Nella tenda numero uno si stringevano Damiani, Di Martino, Raverta e Meterangelis; in altre postazioni si ammassavano gli allievi Scanni, Bo, Ziliani, Mele, Sasso e Pederiva.

Il caldo di luglio era soffocante, la polvere perennemente sollevata dal vento e il rancio scarso e mal cucinato. Ma l’emergenza principale era l’acqua. Come ricordato dall’allievo Dante Cirillo, la razionamento era severissimo: una sola borraccia al giorno a testa, che gli uomini dovevano dividere tra l’igiene personale e il consumo alimentare. L’acqua veniva attinta da pozzi rurali o da una minuscola sorgente locale; Giovanni Scanni documentò come in quelle acque stagnanti galleggiassero visibilmente dei vermi, che gli allievi ignoravano pur di placare la sete divorante. Per sopravvivere alla denutrizione, i soldati effettuavano rischiosi raid diurni e notturni nei campi circostanti, depredando i contadini di uva regina, fichi, pesche e fichi d’India, divorando tutto al buio, spine comprese, subendo come contraccolpo violentissimi attacchi di colite e diarrea. I più fortunati riuscivano a farsi consegnare dalle fidanzate locali le frisedde (il tipico pane duro biscottato pugliese bagnato nell’acqua e condito con olio, sale e pomodoro); Scanni ricorda divertito come i commilitoni settentrionali – i “polentoni” – non conoscendo la ricetta, finissero per spalmarci sopra la marmellata.

L’ASSURDA MISSIONE DIFENSIVA E LA TRAPPOLA DELLA “HERMANN GÖRING“

L’inquadramento operativo del battaglione rifletteva il caos dello Stato Maggiore italiano. Il IX Battaglione AUC dipendeva dalla 7ª Armata del Generale Basso e dal IX Corpo d’Armata del Generale Roberto Lerici, subordinato direttamente alla Divisione di Fanteria “Piceno” del Generale Emilio Coronati. Tutta l’Italia degli Atenei si era trasferita in Puglia: il LI Battaglione a Palese di Bari, il XVII a Gioia del Colle, il LII a Mesagne.

La motivazione ufficiale del trasferimento a Grottaglie era la “difesa mobile antiparacadutista e presidio contro lo sbarco navale”. Alfredo Rho e Luigi Onfiani confermarono che i comandi paventavano massicci lanci della divisione aviotrasportata inglese. Tuttavia, l’armamento distribuito agli allievi per fermare truppe d’élite d’assalto era patetico: vecchi fucili ’91, pochissimi fucili mitragliatori Breda e scarse munizioni. Il capitano Di Martino, conscio dell’insufficienza dei mezzi, raccomandava ironicamente agli allievi che, in caso di lancio tedesco o inglese, la priorità assoluta doveva essere la distruzione delle armi per poter “almeno conservare il ’91”. Eneide Mignacca sollevò forti dubbi sulla reale pianificazione di tale difesa, evidenziando come in cinque settimane nessun allievo fosse mai stato condotto all’interno dell’aeroporto per una perlustrazione o una ricognizione tattica. Di parere opposto erano gli allievi Scanni e Bo, che ricordavano sfibranti turni notturni di pattugliamento delle strade vicinali, immersi nel timore costante di un attacco.

La situazione era resa ancor più spettrale dalla disposizione geografica dei reparti. La tendopoli italiana sorgeva in una conca naturale, una sorta di fossa letale circondata da colline. Proprio sulla cresta rocciosa che dominando a picco il campo italiano, erano acquartierati circa 200 soldati tedeschi della Divisione Corazzata “Hermann Göring”, un’unità d’élite d’assalto reduce dai combattimenti in Sicilia, temporaneamente dislocata a Grottaglie per ricostituirsi lontano dalla prima linea. I tedeschi disponevano di quattro pesantissimi carri armati Tigre, comandati da uno Sturmscharführer veterano dell’assedio di Stalingrado. Glauco Basti e Oscar Panichi, dopo aver effettuato una perlustrazione non autorizzata oltre le linee, notarono con terrore come le bocche di fuoco dei carri tedeschi puntassero direttamente verso il basso, sulla verticale delle tende italiane. In caso di rottura dell’alleanza, il IX Battaglione sarebbe stato annientato in meno di quindici minuti. I documenti ufficiali del dopoguerra omisero spesso questa dislocazione, collocando la “Göring” nei pressi di Napoli, ma i diari personali e le testimonianze orali dei reduci confermano unanimemente che reparti distaccati della divisione corazzata si trovavano esattamente sopra le teste degli allievi ufficiali a Grottaglie.

Flight Line in Italy 1944

I BOMBARDAMENTI E IL CROLLO DEL REGIME

IL MARTIRIO DELL’ARLOTTA E DEL CENTRO STORICO

Nel corso dell’estate, il territorio di Grottaglie venne flagellato da quattro devastanti bombardamenti strategici alleati: il 30 maggio, il 4 giugno, il 2 luglio e il 30 luglio. L’attacco del 4 giugno fu un’autentica apocalisse di fuoco: una ventina di B-24 Liberator scaricarono sul perimetro dell’Arlotta tonnellate di bombe da 250 kg. Il bilancio fu tragico: l’intera flotta aerea italiana (28 velivoli) e gran parte di quella tedesca (10 aerei) vennero polverizzate; le caserme e le palazzine comando crollarono, gli hangar storici vennero ridotti a scheletri metallici e la pista fu crivellata da enormi crateri. Sotto le macerie morirono 35 soldati tedeschi e 24 italiani.

Il 2 luglio il bombardamento investì i civili: 13 morti e 24 feriti tra i contadini intenti alla mietitura e i cavatori estrattori di tufo. Alcuni ordigni colpirono il centro storico, distruggendo una villa in contrada Crocifisso e un’abitazione in via S. Francesco. Molte bombe rimasero inesplose tra le case in via S. Nicola e davanti alla Cappella di Cristo della Misericordia. La popolazione terrorizzata si stipò nei rifugi pubblici sotterranei di Piazza IV Novembre, Piazza Mercato e Piazza Principe di Piemonte (capaci di ospitare 2.000 persone ciascuno), mentre altri rifugi di fortuna vennero ricavati sfruttando le grotte naturali e gli ipogei delle botteghe dei ceramisti in via Crispi, via Ennio e via Sant’Elia.

Il 28 luglio, alle ore 12.30, mentre gli allievi consumavano il rancio, gli Inglesi attaccarono in pieno giorno con due ondate successive. Gino Damiani annotò sul diario: “Che sinfonia, Dio buono!… bombardano in 2 ondate, e senza che fosse stato dato l’allarme… danni ingenti al campo e in apparecchi (circa 15 distrutti). Noi fortunati!”. Oddino Bo ricordò come gli allievi avessero imparato a controllare il panico, uscendo in fila indiana dalle tende per gettarsi nei trinceroni a zig-zag profondi un metro, scavati a colpi di piccone nel durissimo tufo roccioso che sprizzava scintille a ogni impatto.

Bomb storage yard Italy 1944

LA NOTTE DEL 25 LUGLIO E LA PURGA DEI DELATORI

Mentre la guerra infuriava dal cielo, un evento politico epocale scosse l’accampamento: la notte del 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo sfidò Mussolini, rimosso e arrestato per ordine del Re Vittorio Emanuele III. Ai comandi del battaglione non giunse alcuna direttiva ufficiale su come gestire la truppa o prevenire la reazione dei tedeschi. Alberto Bongiovanni, comandante di un battaglione in Corsica, prese l’iniziativa raddoppiando le guardie e spiegando ai soldati il dovere di fedeltà esclusiva al sovrano, ma a Grottaglie il Colonnello Antinori scelse la linea del silenzio.

La notizia giunse al campo in modo clandestino. Glauco Basti, Renato Faina e Roberto Di Martino attraversarono le linee di sentinella senza parola d’ordine e raggiunsero la canonica di Grottaglie. Lì, insieme al parroco, ascoltarono il comunicato radio di mezzanotte di Badoglio. Al loro rientro, la notizia della caduta del “Cavaliere Benito Mussolini” si diffuse nella tendopoli con la rapidità della peste. Le reazioni furono diverse: a notte inoltrata, il Tenente D’Ottavi, conoscendo l’orientamento politico di sinistra di alcuni allievi, si riunì sotto un grande ulivo con una ventina di commilitoni per farsi spiegare da Oddino Bo i concetti di socialismo e comunismo in quel primo giorno di teorica libertà.

Il crollo del fascismo offrì l’occasione per una violenta resa dei conti interna. Gli allievi individuarono un loro commilitone, indicato nei diari come “F.”, ritenuto la spia fascista responsabile della sparizione dell’allievo Roberto Lazzarini, allontanato dal corso dalla sera alla mattina per aver detto “col gagliardetto mi ci pulisco il culo”. Alle ore 21.00 del 26 luglio, un gruppo di allievi guidato da Basti circondò la tenda del delatore: “ti ricordi di Roberto?” urlarono, prima di massacrarlo di botte. L’uomo venne ricoverato in infermeria e non fece mai più ritorno al campo. In paese, durante la libera uscita, gli allievi strapparono violentemente i distintivi squadristi (i celebri “rombi”) dall’occhiello dei fascisti locali, mentre il governo Badoglio, nel resto d’Italia, ordinava una sanguinosa repressione militare contro le manifestazioni popolari, provocando 83 morti in cinque giorni.

 L’8 SETTEMBRE E LA DIFESA A CAPOSALDO DI GROTTAGLIE

L’Armistizio e l’illusione della pace

L’inizio di settembre portò un clima surreale. Mentre gli esami per la nomina a caporal maggiore proseguivano metodici (sebbene Basti annotasse che 130 allievi vennero bocciati e rispediti ai reggimenti come rimpiazzi), la vita economica era al collasso: la “decade” (la paga del soldato) smise di essere erogata in contanti per mancanza di fondi e venne corrisposta in Buoni del Tesoro cartacei di dubbia utilità.

La sera dell’8 settembre 1943, alle ore 19.40, la radio interruppe le trasmissioni per diffondere il proclama di Badoglio. All’Arlotta, gli avieri avevano già intercettato un’ora prima un dispaccio dell’agenzia Reuter che rilanciava l’annuncio del generale Eisenhower da Algeri. Nel campo italiano esplose un entusiasmo delirante e incosciente. Scrisse Damiani: “ARMISTIZIO! Finalmente! Non più guerra, allarmi, sacrifici, pericoli! Quanto giubilo! Si spara dappertutto e con qualsiasi arma”. Glauco Basti descrisse la scena come un fuoco pirotecnico a proiettili veri, alimentato anche dalle mitragliere da 20 mm dell’aeroporto. Gli uomini si abbracciavano urlando “Si va a casa! La guerra è finita!”. Sotto l’effetto di quell’illusione collettiva, alle tre di notte ricevettero il permesso di spogliarsi e dormire nudi per la prima volta dopo mesi.

IL RISVEGLIO DEL 9 SETTEMBRE: ANTINORI ORDINA DI SCHIERARSI IN ASSETTO DI GUERRA

L’illusione del rientro a casa svanì all’alba del 9 settembre. La macchina militare della Wehrmacht si mise immediatamente in moto: i piloti tedeschi abbandonarono in fretta le strutture dell’Arlotta, facendo esplodere durante la ritirata un caccia monomotore Bf 109 G-6 per evitarne la cattura da parte degli italiani o degli alleati.

Mentre l’intero regio esercito si sbandava sotto i colpi dell’operazione Achse tedesca, a Grottaglie il comando del IX Battaglione diede prova di straordinaria compattezza. Il Tenente Colonnello Armando Antinori rifiutò la logica del “tutti a casa”. Riunito il battaglione, constatata la totale assenza di ordini da Roma, decise di applicare rigidamente l’unica frase chiara del proclama di Badoglio: reagire ad attacchi da qualsiasi altra parte arrivino.

ROYAL AIR FORCE: ITALY, THE BALKANS AND SOUTH-EAST EUROPE, 1942-1945. (CNA 1470) A Supermarine Spitfire HF Mark VIII of No. 92 Squadron RAF, undergoing routine maintenance at Grottaglie, Italy, is refuelled from a Bedford QL fuel tender. Copyright: © IWM. Original Source: http://www.iwm.org.uk/collections/item/object/205209288

Alle ore 12.00 del 9 settembre, il battaglione abbandonò la debole e indifendibile posizione della tendopoli affossata e scese in assetto di guerra nell’abitato di Grottaglie per assumerne la difesa a oltranza. Il paese venne trasformato in un caposaldo fortificato. Gli accessi stradali principali vennero sbarrati con barricate e cariche di dinamite pronte a essere brillate, e le mitragliatrici pesanti Breda 37 vennero appostate nei vicoli e sui tetti. Glauco Basti descrisse la crudezza di quei momenti, con gli uomini piazzati con i fucili leggermente protetti da fossi di letame solidificato, nell’attesa febbrile di un assalto tedesco: “Ordine chiaro, preciso, perentorio: aprire il fuoco a vista, contro chiunque ci compaia dinanzi”.

I Tedeschi – circa 200 uomini pesantemente armati arroccati sulla collinetta – saggiarono la consistenza del dispositivo italiano. Durante la notte di luna piena tra l’8 e il 9 settembre, Oddino Bo, in guardia alla mitragliatrice, tenne costantemente sotto tiro la parte posteriore di un carro armato tedesco giunto in ricognizione alle porte dell’abitato, pronto a fare fuoco sui serbatoi esterni del carburante. La decisa postura difensiva degli italiani e le concomitanti notizie del monumentale sbarco alleato a Salerno (iniziato alle 03.10 del 9 settembre) convinsero il comando tedesco a evitare un sanguinoso scontro urbano: alle 13.30 del 9 settembre, la colonna della “Göring” abbandonò definitivamente Grottaglie per risalire la penisola verso il fronte campano. Il IX Battaglione AUC era rimasto compatto, mantenendo le armi e continuando ad appartenere alle unità regolari dello Stato, un merito straordinario registrato formalmente nello stato di servizio di Gino Damiani al numero d’ordine 21.

L’ARRIVO DEGLI ANGLO-AMERICANI E LA NUOVA REALTÀ DELLA BASE

L’incontro con i “Para” britannici e il fantasma del 5 Settembre

Il 10 settembre 1943, le avanguardie della 1ª Divisione Aviotrasportata britannica (reduci dallo sbarco nel porto di Taranto nell’ambito dell’Operazione Slapstick) raggiunsero Grottaglie. Gino Damiani si trovava di pattuglia al posto di blocco stradale e registrò l’evento: “Primi inglesi al campo. Sono diffidenti, ma cordiali. Sono di pattuglia: a me l’onere di fermare la prima “jeep”… armata. Vi siede un tenente e 3 soldati. Si fermano, l’Ufficiale scende, mi saluta cordialmente. Lo affido ad un interprete”.

Pochi giorni dopo, il 15 settembre, gli allievi entrarono in contatto con i primi ufficiali americani, molti dei quali di origine italiana. Fu in quell’occasione che un capitano statunitense rivelò un retroscena agghiacciante sull’Operazione Giant 2 e i piani originari alleati: se il governo italiano non avesse firmato la resa a Cassibile il 3 settembre sotto un ulivo, il 5 settembre l’aviazione alleata avrebbe sottoposto l’area Taranto-Grottaglie a 24 ore di bombardamenti a tappeto (con spezzonamento e mitragliamento sistematico), seguiti dal lancio di 6.000 paracadutisti inglesi per occupare il porto. Il IX Battaglione era scampato a un’ecatombe programmata.

Nel frattempo, per gli italiani la situazione assunse i contorni di una farsa drammatica: il 12 settembre vennero ordinati il rientro nella tendopoli (“nel Sahara”) e la prosecuzione degli esami per la nomina a caporal maggiore, sancita per Damiani il 27 settembre (O.d.G. 250), mentre giungeva la notizia distruttiva che l’acquedotto pugliese era stato fatto saltare dai tedeschi in ritirata verso Foggia.

LA RINASCITA DELL’ARLOTTA E IL “CANGURO” AUSTRALIANO

Le strutture ereditate dagli Alleati all’Arlotta erano gravemente compromesse dai loro stessi raid estivi. I reparti della Royal Air Force (RAF), della Royal Australian Air Force (RAAF) e della South African Air Force (SAAF) avviarono imponenti lavori di ripristino delle piste e degli hangar sventrati, collaborando attivamente con le squadre locali dell’UNPA nella complessa rimozione degli ordigni inesplosi che infestavano l’area urbana. Lo scalo riprese rapidamente la sua centralità operativa: i caccia pesanti Supermarine Spitfire e Curtiss Kittyhawk decollavano per proteggere il porto di Taranto e coprire l’avanzata della VIII Armata verso il Nord, affiancati dai Wellington e Hudson nella caccia ai sommergibili nello Ionio e dai Beaufighter nella caccia notturna.

Le immagini d’archivio dell’epoca mostrano un’affascinante osmosi e fraternizzazione tra i militari anglosassoni e i soldati italiani. Si organizzarono partite a carte improvvisate, mutuo soccorso nei lavori di fatica e sessioni musicali all’aria aperta. Gli equipaggi australiani del No. 3 e del No. 450 Squadron vennero acquartierati nella lussuosa residenza privata che solo due anni prima aveva ospitato Bruno Mussolini; per marcare il passaggio d’epoca, i piloti disegnarono un grande canguro sul muro perimetrale della villa, proprio accanto alla targa ufficiale intitolata alla memoria del figlio del Duce. La ricerca di una parvenza di normalità assunse tratti suggestivi: i piloti australiani cercavano riparo dal torrido caldo mediterraneo riposando sotto l’ombra degli ulivi secolari e assistevano alle funzioni religiose domenicali ai margini della pista di decollo, cantando al suono di una fisarmonica attorno a un ceppo d’albero sradicato utilizzato come altare.

      MATRICE DEI VELIVOLI OPERATIVI A GROTTAGLIE (1941-1944)

┌───────────────────────┬──────────────┬───────────────────────────┬──────────────────────────────────┐

│ VELIVOLO              │ NAZIONALITÀ  │ TIPOLOGIA                 │ RUOLO OPERATIVO NELLA BASE       │

├───────────────────────┼──────────────┼───────────────────────────┼──────────────────────────────────┤

│ Messerschmitt Bf 109  │ Germania     │ Caccia monomotore         │ Difesa aerea e scorta (fino al   │

│ G-6                   │              │                           │ settembre 1943)                  │

├───────────────────────┼──────────────┼───────────────────────────┼──────────────────────────────────┤

│ Supermarine Spitfire  │ Regno Unito  │ Caccia intercettore       │ Protezione del porto di Taranto  │

│                       │ / Australia  │                           │ e supporto avanzata a Nord       │

├───────────────────────┼──────────────┼───────────────────────────┼──────────────────────────────────┤

│ Vickers Wellington    │ Regno Unito  │ Bombardiere medio         │ Pattugliamento marittimo e       │

│                       │              │                           │ caccia ai sommergibili nello     │

│                       │              │                           │ Ionio                            │

├───────────────────────┼──────────────┼───────────────────────────┼──────────────────────────────────┤

│ B-24 Liberator        │ Stati Uniti  │ Bombardiere pesante       │ Incursioni strategiche a lungo   │

│                       │              │ quadrimotore              │ raggio in Europa centro-orientale│

└───────────────────────┴──────────────┴───────────────────────────┴──────────────────────────────────┘

IL 449° BOMBARDMENT GROUP E LA VITA NELL’AEROPORTO-CITTÀ

I colossi dell’aria americani

A partire dal gennaio del 1944, l’aeroporto di Grottaglie vide l’insediamento dei reparti dell’aviazione statunitense. Arrivò il 348th Service Squadron, un’unità reduce dalla dura campagna d’Africa incaricata della complessa manutenzione tecnica. Gli specialisti americani erano capaci di imprese logistiche straordinarie, come quando recuperarono da una palude il B-24 “Wild Honey 1st” del 717th Squadron, lavorando incessantemente tutta la notte per sostituire i quattro motori, le eliche, l’impianto idraulico, l’impianto elettrico, gli pneumatici e i ganci delle bombe, rendendo il velivolo pronto al decollo all’alba.

Il supporto del 348th rese possibile le storiche operazioni del 449th Bombardment Group, che rimase basato a Grottaglie dal gennaio 1944 al giugno 1945. Dotato dei colossali bombardieri pesanti quadrimotore a lungo raggio B-24 Liberator, il reparto aveva il compito di colpire le infrastrutture strategiche del terzo Reich nei Balcani, in Romania e in Ungheria, supportando l’avanzata dell’Armata Rossa ed effettuando attacchi continui contro i nodi ferroviari dei Marshalling Yards per paralizzare i movimenti della Wehrmacht.

Le missioni erano ad altissimo rischio. Il 20 febbraio 1944, durante lo sbarco di Anzio, il B-24 “Sophisticated Lady” condusse un’incursione a bassa quota per alleggerire la pressione sulle truppe alleate bloccate nella testa di ponte costiera. Investito da un fuoco contraereo violentissimo, il velivolo subì la distruzione totale del sistema idraulico. L’equipaggio dovette sollevare manualmente la torretta ventrale per liberare il mitragliere rimasto intrappolato e abbassare i carrelli a forza di braccia. Il rientro a Grottaglie fu drammatico: il pilota Robert P. Bird atterrò ad altissima velocità e senza freni, uscendo di pista nell’erba ed effettuando un pericoloso ground loop che si arrestò a pochi metri dalla torre di controllo. L’aereo, crivellato da 32 frammenti di proiettile, era coperto dal fluido idraulico rosso, che i soccorritori scambiarono inizialmente per il sangue del mitragliere, miracolosamente illeso. Il 4 aprile 1944 il gruppo attaccò senza scorta lo scalo ferroviario di Bucarest, affrontando per un’ora oltre 100 caccia romeni e perdendo sette bombardieri, mentre il 9 luglio colpì via radar la raffineria di Ploiești nascosta da una cortina fumogena, subendo la perdita di tre aerei. Per queste azioni il 449° ricevette due prestigiose Distinguished Unit Citation. Il 15 agosto, nel quadro dello sbarco nel sud della Francia (Operazione Dragoon), il gruppo bombardò le difese costiere del golfo di Saint-Tropez decollando alle 2.30 del mattino; durante le operazioni, un B-24 precipitò tragicamente a fine pista sulla strada Taranto-Grottaglie dopo aver urtato i cavi telefonici, provocando la morte di dodici membri dell’equipaggio.

IL TEATRO DELLE PINNE DI BOMBA E LA LEGGENDA DI “DOC”

L’impatto iniziale dei soldati statunitensi con la base nell’inverno del 1943 fu durissimo: una struttura priva di illuminazione, riscaldamento e letti, immersa nelle macerie. I militari dovevano recarsi fino a Taranto anche solo per lavarsi, finché la città non venne dichiarata zona off-limits a causa di un’epidemia di vaiolo che rischiava di decimare gli equipaggi. Con la primavera del 1944 e l’installazione di docce funzionanti, la vita interna della base cominciò a mutare radicalmente, assumendo le caratteristiche di una piccola città autonoma.

Gli spazi per lo svago si moltiplicarono. Nell’estate del 1944, lo scheletro metallico di un hangar bombardato venne ingegnosamente riconvertito in un enorme teatro all’aperto capace di ospitare più di mille uomini. Le poltrone per gli spettatori vennero realizzate conficcando file ordinate di pinne stabilizzatrici di bombe dismesse nella sabbia. Su quel palco si esibirono importanti compagnie della United Service Organization guidate dal celebre attore Jack Haley (il celebre “Uomo di Latta” del Mago di Oz), e venne ospitata la cantante e attrice italiana Fausta Bentini, la cui dolcezza attirò le attenzioni e l’affetto di centinaia di soldati americani e italiani.

Italy 1944

A questa dimensione più intima e umana appartiene la celebre storia di “Doc”, un piccolo cane randagio locale che si era affezionato a un pilota americano della base. Doc divenne una mascotte ufficiale del reparto: dormiva sulla branda dell’ufficiale, mangiava alla mensa militare, seguiva il padrone durante i briefing operativi mattutini fino alla pista e partecipò persino a diverse missioni di addestramento in volo. Un giorno, il bombardiere del suo padrone venne abbattuto durante una missione sul nord Italia e non fece più rientro alla base. Per mesi, a ogni atterraggio di una squadriglia, Doc correva lungo la pista, ispezionando i velivoli, cercandolo poi nella branda vuota, nelle mense e nei club degli ufficiali. Con il passare del tempo, il cagnolino perse interesse per gli aerei e rimase a vivere permanentemente all’interno dell’aeroporto, cordiale e docile con tutti i soldati ma senza legarsi mai più a nessuno, trascorrendo i suoi giorni in una silenziosa e perenne attesa del ritorno del suo padrone.

CONCLUSIONE E MEMORIA: LA VISITA DEL PRINCIPE E IL VALORE DEL IX BATTALIONE

La transizione di Grottaglie si chiuse simbolicamente nell’autunno del 1943 con un evento diplomatico di rilievo. Il 30 settembre (sebbene l’allievo Basti lo collochi nei suoi diari al 20 settembre), giunse in visita ufficiale all’Arlotta S.A.R. il Principe di Piemonte ed Ereditario, Umberto di Savoia, accompagnato dal Generale Giovanni Messe, fresco di liberazione dalla prigionia alleata a Tunisi. Il diario di Gino Damiani registrò l’evento con dolente realismo: “30 settembre: Visita di S.A.R. il Principe di Piemonte. È mesto, e mal ridotto!”. Umberto di Savoia e il Re portavano al braccio sinistro una fascia nera in segno di lutto per la tragica morte della principessa Mafalda di Savoia, morta nel campo di concentramento tedesco di Buchenwald.

La visita reale non era una semplice parata, ma faceva parte di una precisa e disperata strategia diplomatica della monarchia dei Savoia, rifugiatasi a Brindisi, per riabilitare l’immagine internazionale dell’Italia e ottenere lo status di “co-belligerante” da parte degli Alleati. Per fare questo, la Corona aveva assoluto bisogno di ricostituire un esercito regolare che combattesse al fianco degli anglo-americani. Umberto di Savoia ordinò l’adunata generale degli allievi in assetto di guerra e, sulle note dell’inno di Mameli, pronunciò un discorso enfatico, esortando i giovani a partecipare volontariamente alla rinascita della Patria per cacciare l’invasore tedesco e ridare dignità alla nazione. Anche il Generale Messe parlò alle truppe, con un tono meno retorico ma altrettanto fermo.

Gli Allievi Ufficiali del IX Battaglione di Grottaglie compresero la portata storica del momento. Grazie alla loro compattezza e alla scelta di aderire in massa, il 28 settembre 1944 gli Alleati autorizzarono la creazione del I Raggruppamento Motorizzato, un’unità regolare del ricostituito Esercito regio forte di oltre 5.000 uomini, posta sotto il comando del Generale Vincenzo Dapino. L’unità venne strutturata nella zona di San Pietro Vernotico, tra Brindisi e Lecce, integrando il Reggimento Fanteria Legnano, l’11° Reggimento Artiglieria e il LI Battaglione Bersaglieri d’Istruzione. All’interno della Sezione Sanità del Raggruppamento, al comando del Reparto Portaferiti, venne nominato il Tenente D’Ercole, proveniente proprio dalle file del IX Battaglione di Grottaglie. Nei primi giorni di ottobre, l’unità ricevette l’ordine di schierarsi in prima linea sul fronte italiano, integrata nella 5ª Armata americana, andando a bagnare col sangue il proprio battesimo del fuoco nella storica e drammatica battaglia di Monte Lungo nel dicembre del 1943.

I giovani studenti universitari che nel luglio del 1943 erano giunti a Grottaglie maledicendo l’arsura del “Sahara pugliese” e la durezza della vita militare, erano diventati, nel volgere di tre drammatici mesi, i pilastri su cui si sarebbe fondato l’esercito della nuova Italia liberata. La loro compattezza morale sotto la guida del Colonnello Antinori, il rifiuto di sbandarsi nella notte dell’8 settembre e la determinazione nel difendere l’abitato di Grottaglie dall’ex alleato tedesco rimangono pagine indelebili e fulgide di storia patria, che la testata G-PEGASO.IT onora e ricorda in questo solenne 4 Novembre.

FONTI BIBLIOGRAFICHE E RIFERIMENTI STORICI

  • “L’occupazione alleata dell’aeroporto di Grottaglie” – Saggio storico e appendice fotografica a cura di Federico Arcadio.
  • “Diario Storico del Raggruppamento «Curtatone e Montanara»” (Cronaca di guerra di Grottaglie, 5 Luglio – 7 Ottobre 1943) – Note e appunti di guerra scritti sul campo dal soldato Gino Damiani, conservati, riordinati e trascritti dal figlio Ernesto Damiani (luglio-settembre 2002).
  • Si ringrazia sentitamente il Prof. Alvaro Ancora di Oria e il Signor Antonio Carone, Responsabile ufficiale dell’Archivio Comunale di Oria, per il fondamentale merito nel ritrovamento del manoscritto originale del Diario Storico del Raggruppamento.
  • Testimonianze dirette, memorie scritte ed epistolari dei reduci e commilitoni del IX Battaglione d’Istruzione A.U.C.: Glauco Basti, Oddino Bo (autore del volume di memorie sul corso AUC), Giovanni Scanni (già dirigente delle Ferrovie dello Stato), Alfredo Rho, Eneide Mignacca, Luigi Onfiani, Dante Cirillo, Oscar Panichi, Vittorio Ziliani.
  • Lettera storica collettiva “Otto settembre 1943: perché non siamo scappati” a firma di Oddino Bo, Vittorio Ziliani e Giovanni Scanni, pubblicata sul quotidiano L’Unità in occasione del 40° anniversario dell’Armistizio.
  • Documentazione archivistica, storica e fotografica ufficiale consultata presso:
    • Australian War Memorial (AWM), Canberra. Photographic Collection.
    • Imperial War Museum (IWM), Londra. Photographic Archive.
    • 449th Bombardment Group Association (449th.com), Historical Photo Galleries.
  • Saggi storici di riferimento sul contesto dell’armistizio e della cobelligeranza: Agostino degli Espinosa (“Il Regno del Sud”); A. e G. Ricchezza (“L’esercito del Sud”); Giuseppe Conti (“Il corpo italiano di liberazione”).

Nota editoriale e digitale: L’intera raccolta iconografica, l’appendice fotografica d’epoca dell’Australian War Memorial e dell’Imperial War Museum, e i documenti digitalizzati a corredo di questo articolo sono pubblicati in esclusiva e consultabili liberamente sulla piattaforma web dell’ Atlante storico della memoria condivisa del Novecento pugliese.

ROYAL AIR FORCE: ITALY, THE BALKANS AND SOUTH-EAST EUROPE, 1942-1945. (CNA 2350) NCO pilots of No. 249 Squadron RAF enjoy an open-air game of cards between sorties at Grottaglie, Italy, Copyright: © IWM. Original Source: http://www.iwm.org.uk/collections/item/object/205212492
ROYAL AIR FORCE: ITALY, THE BALKANS AND SOUTH-EAST EUROPE, 1942-1945. (CNA 1402) Men of the RAF Regiment, occupying the airfield at Grottaglie, Italy, walk between damaged barrack buildings on the domestic site. Copyright: © IWM. Original Source: http://www.iwm.org.uk/collections/item/object/205209281

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