ASSENTI I BIG DELLA POLITICA E IL PUBBLICO: LA DISERTAZIONE DEI CITTADINI E IL MITO DI UN’OPERA PADRE DI TUTTI TRANNE CHE DI CHI SE NE PRENDE I MERITI
Cronaca di un’inaugurazione fantasma nello scalo senza voli: il primo cittadino si autocelebra per il restyling ceramico ma le carte e la storia d’impresa dicono altro. Sedie vuote e assenze istituzionali di peso trasformano la cerimonia in un fallimentare e isolato incontro ‘in famiglia’.
Doveva essere la celebrazione dell’orgoglio figulo, il riscatto della terra che si fa arte tra le mura dell’infrastruttura aeroportuale «Marcello Arlotta». Si è trasformata, invece, in una recita a porte chiuse, una «festa in famiglia» intrisa di veleni storici e vistose autocelebrazioni smentite clamorosamente dai fatti. La prima edizione del Premio Città di Grottaglie, istituito per dare lustro all’installazione collettiva «Il respiro del tempo: dalla terra al cielo», ha finito per certificare una profonda spaccatura nel tessuto civile, artigianale e politico del territorio. A saltare immediatamente all’occhio, oltre al desolante colpo d’occhio delle sedie vuote dovuto alla totale assenza dei cittadini grottagliesi – che hanno palesemente disertato l’iniziativa –, è stata la fuga in massa dei big della politica pugliese.
Il tavolo dei relatori è apparso sin dall’avvio un deserto istituzionale. Non è pervenuto il Presidente della Provincia di Taranto, Toni Matarrelli; ha dato forfait il governatore Decaro (che si è limitato a inviare come delegata dell’ultima ora la consigliera regionale Anna Grazia Angolano); persino il Presidente di Aeroporti di Puglia, Antonio Vasile, ha preferito rimanere a Bari, lasciando la patata bollente della rappresentanza al responsabile locale Piero Iaia. Un vuoto che il sindaco Ciro D’Alò ha tentato maldestramente di minimizzare parlando di improvvisi «impegni pregressi» degli assenti, ringraziando per una «vicinanza» che nei fatti è apparsa solo una formale formula di cortesia.

A surriscaldare il clima, però, è stata la dura e inopportuna intemerata dal palco dello stesso D’Alò, il quale ha scagliato strali contro presunte trame cittadine: «Qualche mattacchione stamattina ha fatto girare delle notizie false. Nel senso che non c’è nessun premio da riconoscere ad una sola bottega in Senato per questa storia dell’aeroporto. No, si tratta di premi che riguardano un’altra cosa… c’è sempre qualcuno nella nostra città che si diverte a creare Guelfi e Ghibellini». Una precisazione livorosa che non solo ha rotto il protocollo di quella che doveva essere una cerimonia istituzionale, ma che è stata smentita clamorosamente dai corridoi del distretto ceramico. Quella che il sindaco ha liquidato come la boutade di un «mattacchione» è una solida realtà: l’artigiano grottagliese d’eccellenza che riceverà l’alto riconoscimento a Palazzo Madama era infatti il grande assente della mattinata. E il premio romano giunge proprio come coronamento della sua fondamentale e insostituibile partecipazione alla complessa realizzazione della galleria d’arte aeroportuale, a dispetto dei tentativi della politica locale di derubricare il suo ruolo a semplice comparsa di un’opera corale.

La narrazione di un sindaco «artefice unico e regista» del miracolo dell’Arlotta si scontra con la memoria storica del territorio. Dal palco D’Alò ha rivendicato la paternità di un percorso iniziato nel 2016 («ho scritto in un messaggio che questo è forse il più bel traguardo che possa aver raggiunto un sindaco»), ma le carte e i protagonisti reali ridimensionano fortemente l’iperbole propagandistica. L’allestimento dell’aerostazione non è il frutto di un’illuminata intuizione solitaria del primo cittadino, bensì il risultato di una lunghissima e logorante battaglia condotta in prima linea dai comitati cittadini, dalle forze sociali e, soprattutto, da quella spinta imprenditoriale e tecnica che ha dovuto fare i conti con la miopia burocratica. È lo stesso ingegnere e maestro ceramista Antonio Vestita a ricordare, nel suo intervento, come l’opera sia nata grazie al collante fondamentale dei professori ed esperti del Liceo Artistico «Vincenzo Calò» (già Istituto Statale d’Arte) e al supporto insostituibile di aziende come la Metal Progetti di Franco D’Alò, capace di tradurre in ferro e acciaio i sogni dell’argilla in tempi strettissimi.
L’intervento della consigliera Anna Grazia Angolano ha poi indirettamente rimarcato il gap tra la propaganda e la realtà dei fatti: «Questo aeroporto, questa stazione aeroportuale, possa svilupparsi in futuro in tutte le sue massime potenzialità, evidentemente ancora inespresse». Potenzialità inespresse che pesano come macigni. Lo scalo di Grottaglie, descritto pomposamente dal sindaco come «l’aeroporto più bello del mondo» in cui «mancano solo gli aerei», resta un hub avveniristico ma privo di rotte civili stabili. L’ambizione di trasformarlo in un museo accogliente e confidenziale si scontra con la realtà di una struttura deserta, che i grottagliesi sentono ancora distante e che la politica regionale continua a trattare come una eterna promessa da spendere in campagna elettorale.
Mentre la prima edizione del Premio si chiude tra i sorrisi tirati dei presenti e l’imbarazzo per l’attacco frontale del sindaco al maestro ceramista premiato in Senato, l’Arlotta spegne i riflettori sulla sua galleria d’arte. Restano le splendide piastrelle, le colonne e le tende in ceramica a testimoniare il genio dei trenta artigiani grottagliesi; svanisce invece la retorica di una politica locale che cerca di appuntarsi sul petto medaglie non sue, davanti a una platea di sedie vuote e grandi assenti istituzionali.