Rif. bibl.: F. Stea – L. Galletto, Amministrazioni e amministratori postunitari grottagliesi, Schena, 1983.
I doveri del Sindaco borbonico e il dramma della miseria contadina nelle delibere comunali
Secondo la legge borbonica del 1816, la figura del Sindaco godeva di poteri solenni e complessi. Assistito dal Consiglio degli Eletti e dal Decurionato, era il primo incaricato dell’Amministrazione Comunale. Aveva la diretta gestione delle rendite cittadine e l’obbligo tassativo di presentare ogni anno un “conto morale” al Sottointendente di Taranto. Oltre a garantire l’applicazione di leggi e regolamenti, il Sindaco esercitava un’autorità di ferro sulla forza militare di stanza nel Comune, potendo disporre della gendarmeria locale. Nei momenti più drammatici, come durante l’esplosione del brigantaggio, egli assumeva il comando effettivo del costituito Corpo della Guardia Nazionale, operando come un moderno Commissario di Pubblica Sicurezza e Ufficiale di Stato Civile.
Tuttavia, dietro l’apparente rigore burocratico della macchina amministrativa, il malcontento e la disperazione serpeggiavano ovunque tra la popolazione grottagliese. Gli studi storici condotti dal Prof. Francesco Stea e dal Dott. Luigi Galletto mettono in luce un quadro sociale drammatico. Nelle deliberazioni del Comune di Grottaglie dell’epoca è martellante, quasi ossessiva, l’esortazione affinché chiunque ne avesse la possibilità disponesse l’avvio di lavori pubblici. Si trattava spesso di opere artificiali, talvolta persino inutili dal punto di vista infrastrutturale, ma concepite con l’unico nobile scopo di sovvenire alla sussistenza dei più poveri.
La classe politica locale riconosceva in questi provvedimenti un principio cardine: l’umana esigenza di chi aveva pieno e legittimo diritto al “pane comune”. Un pane che il popolo non chiedeva in elemosina, ma che pretendeva di guadagnare con il sudore della fronte. Anche il povero, si legge tra le righe delle delibere, aveva diritto al rispetto per la propria dignità. Questo periodo così intenso e travagliato di transizione sociale ed economica si avviò alla conclusione solo alla fine del secolo, quando l’avvocato Orazio Minichini passò idealmente la mano alle nuove, tumultuose istanze sociali del Novecento.

DAL FANGO ALLA PIETRA DURA: LE GRANDI OPERE E LE OMBRE DEL 1862.
Rif. bibl.: F. Stea – L. Galletto, Amministrazioni e amministratori postunitari grottagliesi, Schena, 1983
Il mito di Garibaldi, la violenza del brigantaggio e la svolta modernizzatrice di Vitantonio La Sorte
Il passaggio dal regime paternalistico delle cadute dinastie borboniche al nuovo ordinamento venuto dal Nord non fu affatto indolore per Grottaglie. Se da un lato l’ala più innovatrice e liberale si stringeva entusiasta attorno al mito suggestivo dell’avventura garibaldina — capace di esercitare un fascino intensissimo sulle fantasie popolari —, dall’altro i nostalgici alimentavano un clima di scontento. In questa irrequietezza ansiosa e nell’urto violento delle opposte fazioni si colloca, nel 1862, un tragico e brigantesco episodio di sangue: nella furia del momento, il più autorevole rappresentante locale delle forze liberali restò impietosamente trucidato, gettando per lunghi anni una cupa ombra sulla storia cittadina.
Nonostante il trauma, le Amministrazioni grottagliesi seppero reagire nei decenni successivi con sollecita e inflessibile energia. Figure come il Cavaliere Gaspare Petraroli si distinsero per il totale impegno a favore delle Opere Pie e della carità organizzata. Al contempo, il Consiglio Comunale dimostrò grande lungimiranza politica concedendo la cittadinanza onoraria all’onorevole Gaetano Brunetti e all’ingegnere Saverio Olini, capaci di patrocinare e risolvere rapidamente la complessa e spinosa vertenza per la costruzione dello scalo ferroviario, snodo cruciale per l’economia locale.
L’emblema assoluto di questa stagione di onestà e lungimiranza amministrativa fu Vitantonio La Sorte. Di lui si può dire, parafrasando la celebre citazione classica, che “trovò Grottaglie di mattoni e la lasciò di marmo”. In un’epoca in cui tutti i comuni del circondario affogavano nel terriccio, nel fango e nella breccia, La Sorte rese Grottaglie l’unico centro della zona a possedere strade interamente lastricate in pietra dura. Non solo: dotò l’abitato di un sistema razionale di fognature e canalizzazioni per combattere il flagello delle acque stagnanti. L’opera fu realizzata con una tale perizia tecnica che, quando alcuni decenni dopo si provvide a un ampliamento della rete sotterranea, gli ingegneri ritrovarono le condotte ottocentesche perfettamente integre e robuste, potendole riutilizzare con un enorme risparmio economico per le casse comunali. Fu la vittoria della lungimiranza sulla miseria di un secolo travagliato da alluvioni, epidemie e dalla morsa della fame dei campi.