DALLE CRIPTE AFFRESCATE DELL’ANNO MILLE AL RISVEGLIO DELL’OTTOCENTO, VIAGGIO NELLA STORIA RURALE DI GROTTAGLIE
Nel cuore della Puglia, lungo la strada provinciale che unisce Grottaglie a San Marzano, sorge un frammento di storia rimasto sospeso nel tempo. È la Masseria Lonoce (storicamente registrata come “Lo Noce”), un complesso architettonico che racconta l’evoluzione del territorio tarantino attraverso i secoli. Nata come masseria di pecore a membri sparsi con recinto, la struttura appare oggi divisa in due anime: la parte padronale, con il casino signorile e il maestoso giardino, e il vecchio nucleo produttivo rurale. Ma dietro le sue mura si nasconde un passato molto più antico di quello che i documenti ufficiali lasciano trapelare.

Le radici nella roccia: la civiltà rupestre
Il vero tesoro di Masseria Lonoce si trova sotto il livello del suolo, in stretta simbiosi con la vicina gravina. Qui la roccia si fa architettura. Tra l’XI e il XII secolo, i monaci basiliani scavarono e affrescarono una cripta, testimonianza archeologica di un’intensa spiritualità medievale. Poco distante, la pietra ospita anche un articolato frantoio ipogeo, un labirinto sotterraneo di ambienti destinati alla produzione dell’oro di Puglia: l’olio d’oliva. Come teorizzato dallo storico Raffaele Licinio, la nascita delle masserie ottocentesche non è stata casuale. I nuovi insediamenti sorsero spesso sui resti di antichi casali e insediamenti rupestri, riutilizzando frantoi, apiari, pozzi e cisterne come sostrato logistico e produttivo.

Il giardino delle meraviglie e l’enigma dei catasti
All’esterno, la masseria colpisce per la maestosità del suo giardino. Cinto da poderosi muri a secco, lo spazio è scandito da un lungo colonnato che guida l’occhio fino a un antico apiario. Nonostante la monumentalità del sito, la masseria è stata a lungo un fantasma per la burocrazia storica: le ricerche condotte sui catasti antichi di Grottaglie non hanno infatti restituito alcun riferimento specifico.
Il silenzio documentario si rompe ufficialmente solo il 1819. In un contratto d’affitto firmato davanti al notaio Michele Casimiro Rossi, la struttura viene menzionata per la prima volta come “Massaria, o sia appoggio denominato Lo Noce”. L’atto descrive un microcosmo autosufficiente fatto di “casamenti, capanne pozzi d’acqua, terre semensabili, ed erbose, giardini”. Oggi, trasformata in complesso residenziale, Masseria Lonoce continua a custodire il legame indissolubile tra l’uomo, la terra e la pietra della Murgia.

IL SILENZIO DELLA ROCCIA: MONACI BASILIANI E FRANTOI IPOGEI IN PUGLIA
Dalla preghiera alla produzione: come le comunità religiose medievali hanno gettato le basi dell’economia rurale pugliese nelle gravine
Nel Medioevo la Puglia non era solo una terra di transito per pellegrini e crociati, ma un laboratorio di civilizzazione rurale. Tra l’XI e il XII secolo, il fenomeno del monachesimo italo-greco (legato alla regola di San Basilio) trovò nelle gravine del tarantino il luogo ideale per coniugare l’isolamento spirituale con il lavoro della terra. Strutture come Masseria Lonoce dimostrano che la coesistenza di una cripta affrescata e di un frantoio ipogeo nello stesso sito non era casuale, ma rappresentava il baricentro di veri e propri villaggi sotterranei.

I MONACI BASILIANI: PIONIERI DEL TERRITORIO
I monaci basiliani occuparono le cavità naturali delle gravine, adattandole a luoghi di culto e di vita quotidiana. Esperti agricoltori, questi religiosi non si limitavano alla contemplazione e alla preghiera (di cui restano splendide tracce negli affreschi bizantini delle cripte), ma avviarono una profonda opera di bonifica agraria. Introdussero colture, organizzarono i primi sistemi di canalizzazione delle acque piovane tramite cisterne e pozzi, e diedero un forte impulso alla coltivazione dell’ulivo. La terra, da boscosa e selvaggia, divenne così produttiva.
I FRANTOI IPOGEI: L’ARCHITETTURA DEL SOTTERRANEO
Il frantoio ipogeo (chiamato localmente trappeto) è il simbolo di questa ingegneria della pietra. Scavare nel banco roccioso calcarenitico (il tufo) offriva tre enormi vantaggi pratici per la produzione dell’olio:

- Temperatura costante: Gli ambienti sotterranei mantenevano una temperatura stabile (circa 18-20°C), ideale per la separazione dell’olio dall’acqua ed evitando che il prodotto congelasse in inverno o irrancidisse per il caldo.
- Economia costruttiva: Non servivano materiali da costruzione costosi; bastava sottrarre materia per creare stanze, pilastri di sostegno, vasche di molitura e alloggiamenti per i grandi torchi in legno.
- Sicurezza: Le strutture sotterranee erano facilmente difendibili dalle incursioni e dai briganti, proteggendo il bene più prezioso del territorio: l’olio d’oliva.
DAL CASALE RUPESTRE ALLA MASSERIA MODERNA
Questi centri ipogei erano veri e propri microcosmi produttivi. Oltre alle vasche dove giravano le macine in pietra (spinte da asini o cavalli che vivevano al buio per mesi), i trappeti ospitavano le cucine, i dormitori per i trappetari (gli operai stagionali) e le stalle.

Con il declino del monachesimo e il passaggio al sistema feudale tra il XIII e il XIV secolo, questi insediamenti non vennero abbandonati. Come evidenziato dagli studi storici, i proprietari terrieri delle epoche successive riconobbero il valore logistico di queste strutture. Le masserie di superficie nacquero letteralmente sopra o accanto a questi ipogei, inglobandoli. Quella che nell’Ottocento divenne la “Massaria Lo Noce” mantiene intatta questa stratificazione: una cattedrale del lavoro rurale che poggia le sue fondamenta sulla fede e sull’ingegno dei monaci medievali.