
Sveliamo oggi il volto realizzato con l’intelligenza artificiale di CHATGPT seguendo le indicazioni riportate nelle cronache pubblicate nel 1895 dalla Signora E. M. Church, moglie del canonico Church nipote del generale, che pubblicò a Londra il volume “SIR RICHARD CHURCH IN ITALY AND GRECEE” di ricordi dell’illustre suo zio, comandante dell’esercito napoletano in Sicilia.


Sir Richard Church descriveva prima di catturarlo e giustiziarlo l’8 febbraio del 1818 a Francavilla Fontana, Ciro Annicchiarico come “Egli era buon cavalcatore ed eccellente tiratore; forte e vigoroso come una tigre ed ugualmente feroce. Il suo aspetto era brutto; aveva lineamenti grossolani, faccia ordinaria e di espressione sinistra, affatto dissimile dall’aspetto di Don Gaetano Vardarelli. Gli occhi piccoli e arrossati; i capelli scuri, fitti e ispidi; folte sopracciglia e il naso corto e un po’ all’insù. Ciro aveva amici e protettori in tutte le città e i villaggi della provincia di Lecce, ed aveva talvolta la sfrontatezza di mostrarsi di pieno giorno, non accompagnato apparentemente. Era un perfetto Proteo nel travestirsi da donna, da mendicante, da prete, da frate, da ufficiale, da gendarme. Il suo vestito usuale era di felpa, riccamente guernito con molte fila di bottoni e di ciondoli da tutti i lati, ed era armato con pistole e con stiletto, carabina o fucile. Portava sempre diverse catene d’argento, ad una delle quali stava appeso un teschio d’argento, segno della Società segreta dei Decisi, da lui fondata, e di cui era il capo riconosciuto; quella terribile Società, la prima condizione della quale per essere accettato a farne parte era che il candidato avesse commesso due omicidi di sua mano, e che scriveva col sangue i suoi diplomi. Al collo Ciro portava diverse reliquie, croci , immagini di santi e amuleti contro la jettatura. Il cappello era alto e colore nocciuola, ornato di un nastro d’oro , di una fibbia e di lunghe penne nere; le dita erano piene di anelli di grande valore.>>

LE VICENDE DEL PRETE BRIGANTE

Grottaglie, luogo di nascita del “O’ Patre Francisco” San Francesco de Geronimo missionario nelle “indie napoletane” nella chiesa del Gesù Nuovo (dal 1682 al 1719). Un cittadina, allora, in provincia di Lecce, in cui fervida era ed è la venerazione per San Ciro, introdotto dal Santo missionario del Gesù Nuovo, nelle “nchiosce” (degli slarghi pertinente alle pubbliche vie ma senza uscita ) nasce il più noto prete brigante del Regno di Sicilia (e delle due Sicilie 1735-1816) Don Ciro Annicchiarico alias “Papa Ciro”, (Grottaglie, 15 dicembre 1775 – Francavilla Fontana, 8 febbraio 1818).
In “ La vera storia del Prete Brigante. Don Ciro Annicchiarico (1775-1818), Edizioni del Grifo, Lecce 2005, il prof. Rosario Quaranta ha approfondito lo studio, di uno dei maggiori interpreti del brigantaggio meridionale del periodo, con “ la sua storia avventurosa, ambigua e contraddittoria”.
Le storie del Santo e del prete brigante, per una inedita casualità, segnano le medesime impronte delle vie della città delle ceramiche, fulcro del casuale incontro, è un giovane medico, Giuseppe Maggiulli, il quale in qualità di medico, nel periodo del processo di canonizzazione di San Francesco de Geronimo, certificò due guarigioni attribuite al Beato “O’ Patre Francisco”, anche se non si rilevano documentazione di prova al riguardo.(in G. Cassese: il santo e il brigante. Francesco de Geronimo e Ciro Annicchiarico, due biografie in parallelo in “l’Idomeo” rivista della sezione di Lecce della Società di Storia Patria per la Puglia, n. 5(2003) edizioni Panico, Lecce 2004).

“Papa Ciro” dopo aver studiato nel seminario di Taranto, lo stesso che ospitò San Francesco de Geronimo, venne ordinato sacerdote nel 1799 da Giuseppe Capecelatro, famoso arcivescovo e barone di Grottaglie. Dotato di solida cultura e di buone capacità, il futuro prete-brigante, ricoprì vari incarichi all’interno del locale capitolo della Collegiata.
(1) La brillante vita del giovane prelato, prete a 24 anni, appartenente alla fazione giacobina, viene sconvolta a seguito dell’uccisione misteriosa del giovane chierico Giuseppe Motolese, avvenuta a Grottaglie il 16 luglio 1803, subito dopo la festa della Madonna del Carmine, nei pressi della chiesa di San Mattia oggi denominata Madonna del Lume (dove San Francesco de Geronimo iniziò la sua formazione religiosa) delitto avvolto nel buio dell’adiacente portico archi-voltato in tufo e pavimentato con la lucida pietra di Carovigno, dove il Motolese ferito a morte esalava il suo ultimo respiro.

Papa Ciro, infatti, viene accusato dell’omicidio per motivi di gelosia e la sua fuga avalla l’opinione corrente della sua colpevolezza. Ma non tutto è chiaro nella vicenda, poiché nel triste episodio si mescolano gelosia, passione e intrigo politico. Lo storico Pietro Palumbo nel 1911 nel suo (1) Risorgimento Salentino riporta “…don Ciro Annicchiarico…ebbe nemici Motolese e il notar Lacava. All’odio di parte s’aggiunse un’altra ragione per separare le due famiglie e fù che essendosi don Ciro innamorato di Antonia Zaccaria, detta volgarmente Curciola, costei gli venne fortemente contrastata dall’altro prete Giuseppe Motolese. Nacque un incendio di rivalità…e il 16 luglio 1803, subito dopo la festa della Madonna del Carmine, il Motolese fù colpito di pugnale, l’omicidio fu attribuito all’Annicchiarico. Dall’esame dei luoghi però risultò che i due preti erano partiti simultaneamente dal largo della Chiesa per due vie equidistanti verso l’arco della Madonna del Lume e che qualora fossero arrivati nell’ora stessa, all’Annicchiarico sarebbe mancato il tempo di travestirsi di bianco come era vestito l’uccisore……dei testimoni affermano, che l’ucciso, avesse balbettato il nome di don Ciro. L’Annicchiarico negò sempre…e si difese ad oltranza dimostrando che l’omicida era stato invece Giuseppe Maggiulli, fuggito proprio a Francavilla Fontana. Ma il tribunale di Lecce condannò a quindici anni di carcere il prete brigante e del pari Antonia Zaccaria “per colpa e causa di tale omicidio”.

“Ntonia la Curciola” (Antonia la passerotta), giovane vedova di 26 anni, fù amante infedele dei due prelati (Motolese ed Annicchiarico) e del giovane studente di medicina Giuseppe Maggiulli, che abbiamo incontrato nel suo probabile coinvolgimento nel processo di canonizzazione di San Francesco de Geronimo, ma colpa venne attribuita al prete brigante, a causa di un suo precedente tentativo di omicidio del Motolese verificatosi in precedenza nei pressi della latrina della Chiesa Matrice.
L’episodio dell’omicidio di Giuseppe Motolese è raccontato dal generale Sir Richard Church nella cronaca della cattura del brigante Ciro Annichiarico nelle cronache pubblicate nel 1895 dalla Signora E. M. Church, moglie del canonico Church nipote del generale, che pubblicò a Londra il volume “ “SIR RICHARD CHURCH IN ITALY AND GRECEE” di ricordi dell’illustre suo zio, comandante dell’esercito napoletano in Sicilia.
Sir Richard Church scrive in merito “
Ciro Annichiarico era prete, e talvolta esercitò le funzioni sacerdotali anche durante la sua sanguinaria carriera. Ci vien detto che più volte celebrò messa prima di partire per qualche feroce spedizione e che si lamentava di certi missionari che «non predicavano il Vangelo puro, ma seminavano opinioni poco liberali fra i contadini.» Al tempo stesso era crudele, non risparmiando nè età nè sesso; la sua vita era apertamente immorale e si vantava delle sue opinioni eterodosse. Quando pesava su lui una sentenza di morte, uno di quei medesimi buoni missionari venne ad esortarlo a pentirsi. ” Lasciate da parte queste ciarle, ” rispondeva Don Ciro con un sorriso ironico; ” siamo della stessa professione, non canzoniamoci a vicenda!
Ciro Annichiarico apparteneva a famiglia civile di Grottaglie, una delle bianche cittadelle sparse nella verde pianura di Francavilla. Di buon’ ora fu destinato a farsi prete dai suoi parenti, gente tranquilla, rispettabile, quasi tutti fattori di campagna, sebbene uno degli zii fosse canonico e «uomo dotto , che mai prese parte ai delitti del nipote. >> La prima volta che sentiamo parlare di Ciro fu quando uccise una ragazza di Grottaglie, fidanzata ad un suo compatriota, Giuseppe Mottolese. Ciro, sebbene già prete, insidiava la povera ragazza, e, alla disdegnosa ripulsa delle sue proposte, la uccise e uccise poi anche il fidanzato Mottolese, la sua sorella e tre fratelli . Questo accadeva nel 1803. Il solo membro della famiglia Mottolese rimasto superstite era un fanciulletto, che fu trafugato da un servo fedele e occultato nella sua misera casa , dove crebbe, chiuso e celato, non osando mai per quindici anni uscire fuori dalla porta.

Il ragazzo era diventato uomo. Un giorno vennero a lui alcuni amici , non come di solito bussando leggermente e bisbigliando parole d’ordine prima che la porta ben chiusa a catenaccio si aprisse per lasciarli entrare , ma di pieno giorno, esultanti, dicendo che era libero, che l’uccisore della sua famiglia era morto, che poteva uscire fuori e respirare l’aria aperta. Ma il pallido prigioniero indietreggiò, temendo vi fosse qualche insidia tesa a suo danno, e rifiutò di passare la soglia di casa. Si persuase infine di escire , tremante, abbagliato dalla luce del sole, e si recò alle porte della città per mirare l’orrida testa esposta in una gabbia di ferro. E colà si arrestò la povera
creatura, mezza stupidita dapprima, scoppiando poi in lagrime e in accessi di risa , buttandosi in ginocchio per ringraziare la Madonna e tutti i Santi per la sua liberazione, e correndo poi al quartiere del generale per ringraziare esso pure. Per l ‘ uccisione dei Mottolese, Ciro era stato condannato a quindici anni di ferri; ma dopo quattro anni era scappato e s’era dato alla macchia, dove raccolse intorno a sè una banda di delinquenti e di banditi , diventando il terrore di quella regione.”
Il prof. Rosario Quaranta approfondisce la situazione storico, politica e culturale della Terra d’Otranto “infatti, all’indomani del fallimento della Repubblica Napoletana (1799), si vive in un’atmosfera di continui rivolgimenti politici e di fermento sociale e militare, tra spinte rivoluzionarie e freni di restaurazione.
Fuggito dal paese natio, egli viene condannato a 15 anni d’esilio, catturato e detenuto per qualche anno nel carcere di Lecce. La sua vita, a causa di quel primo omicidio, è ormai segnata dalla cattiva sorte e una serie mirabolante di eventi e di gesta lo avvolgeranno in breve in un alone di leggenda e di mito: dal presunto omicidio alle evasioni incredibili dal carcere di Lecce; dalla forzata assenza, al ritorno in paese in concomitanza con il variare della situazione politica; dal tranello in cui uccidono un suo fratello, alla spietata vendetta, al brigantaggio con uccisioni, violenze, sequestri; dalla svolta politica consistente nella fattiva collaborazione con la Carboneria contro i Borboni e per una “Repubblica Salentina, primo anello di una più Grande Repubblica Europea”, alle utopie di un rinnovato ordine sociale, politico e religioso; dal tradimento dei Carbonari, alla sua cattura e fucilazione.

Diversamente da tanti altri briganti, Don Ciro diede una forte connotazione politica alla sua azione inserendosi attivamente nel movimento carbonaro e ponendosi alla testa della temibile setta dei “Decisi” che aveva riorganizzato.
Egli spadroneggiò per oltre 15 anni nella penisola salentina e in particolare nella zona tra Grottaglie, Francavilla, S. Marzano e Ostuni e Martina. Suo rifugio erano le fitte boscaglie e le grotte delle alture, come attesta il toponimo del monte che ancora porta il suo nome, il Monte Papa Ciro non lontano dal Monte Trazzonara tra Martina e Grottaglie.”
In particolare, nelle vicinanze della masseria Monti del Duca, dove il Papa Ciro si rifugiava, ed in cui non era possibile rifugiarsi nelle pertinente chiesa del 1790, sul cui portale si legge ancora il monito “QUI NON SI GODE ASILO”

Prosegue il prof. Quaranta” tornato in possesso del regno, Ferdinando I, concesse una amnistia anche a molti altri delinquenti e venne a patti con altri briganti come i Vardarelli; la negò invece all’Annicchiarico che venne così dichiarato fuorbandito. A seguito di ciò Prete Brigante il 6 novembre 1817, scrisse in propria difesa una interessante e Giustificazione indirizzandola alla Commissione Provinciale di Terra d’Otranto.
Si riuscì a risolvere (almeno provvisoriamente) il problema del brigantaggio in Puglia, affidando il compito al generale irlandese Richard Church che era al servizio e al soldo dei Borboni con un piccolo esercito di truppe estere.
L’azione del Church nei confronti dei briganti fu rapida ed efficace. Durante la campagna contro i briganti, il primo obiettivo fu proprio il pericoloso D. Ciro Annicchiarico e la setta dei Decisi che, non senza il tradimento degli stessi carbonari, il 25 gennaio 1818, vennero battuti dalle truppe regolari a San Marzano.

D. Ciro, asserragliatosi con i suoi fedelissimi nella torre di Masseria Scasserba, dopo una strenua resistenza, il 7 febbraio 1818 si consegnò al maggiore Bianchi dietro solenne promessa di aver salva la vita.
Venne invece arrestato e condotto a Francavilla dove, dopo un processo sommario, fu fucilato il giorno seguente nella pubblica piazza.
Le sue vicende e le sue gesta, inserite in un alone di mito e di leggenda, trovarono immediata e larga risonanza in Inghilterra, Germania, America e, successivamente, in Italia.

(1) Rosario Quaranta, La vera storia del Prete Brigante. Don Ciro Annicchiarico (1775-1818), Edizioni del Grifo, Lecce 2005.