PETRAOLI MARIO ILVA

Condivido pienamente le preoccupazioni espresse da Gianpaolo Cassese.

La chiusura dell’area a caldo dell’ex ILVA non può essere considerata una semplice questione industriale o ambientale. “È una questione che riguarda il futuro dell’intero territorio tarantino.”

Perché chiudere l’area a caldo senza avere contestualmente una concreta, finanziata e credibile alternativa produttiva rischia davvero di trasformarsi nel preludio alla chiusura definitiva dello stabilimento.

E Taranto non può permetterselo.

Attenzione: questo non significa voler conservare l’ILVA del passato, quella degli altiforni e delle emissioni che hanno prodotto per decenni un prezzo ambientale e sanitario che la nostra comunità ha pagato carissimo.

Si deve puntare  esattamente al contrario.

Voglio che Taranto continui a produrre acciaio, ma con impianti moderni, tecnologie più pulite e un radicale abbattimento delle emissioni.

La transizione tecnologica non è fantascienza. La siderurgia europea sta già percorrendo strade basate su forni elettrici e riduzione diretta del ferro, anche attraverso l’impiego dell’idrogeno.

Allora la domanda che dobbiamo porci è una sola:

“vogliamo accompagnare Taranto verso questa trasformazione o vogliamo semplicemente chiudere ciò che abbiamo e poi chiederci, troppo tardi, cosa fare delle migliaia di lavoratori e dell’intero indotto?”

Io non ho dubbi.

Taranto può e deve avere acciaio, lavoro e ambiente. Tutti e tre, non è una utopia.

Non possiamo scegliere tra il diritto alla salute e il diritto al lavoro.

Dobbiamo pretendere dalla politica e dalle istituzioni la capacità di renderli finalmente compatibili.

Perché se chiudiamo l’acciaio senza costruire il futuro industriale di Taranto, non avremo risolto il problema.

Avremo semplicemente chiuso una fabbrica e aperto una ferita sociale ed economica forse impossibile da rimarginare.

E questa volta “Taranto non può permettersi di essere ancora una volta il territorio chiamato a pagare il prezzo delle decisioni altrui.”

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