Condivido pienamente le preoccupazioni espresse da Gianpaolo Cassese.
La chiusura dell’area a caldo dell’ex ILVA non può essere considerata una semplice questione industriale o ambientale. “È una questione che riguarda il futuro dell’intero territorio tarantino.”
Perché chiudere l’area a caldo senza avere contestualmente una concreta, finanziata e credibile alternativa produttiva rischia davvero di trasformarsi nel preludio alla chiusura definitiva dello stabilimento.
E Taranto non può permetterselo.
Attenzione: questo non significa voler conservare l’ILVA del passato, quella degli altiforni e delle emissioni che hanno prodotto per decenni un prezzo ambientale e sanitario che la nostra comunità ha pagato carissimo.

Si deve puntare esattamente al contrario.
Voglio che Taranto continui a produrre acciaio, ma con impianti moderni, tecnologie più pulite e un radicale abbattimento delle emissioni.
La transizione tecnologica non è fantascienza. La siderurgia europea sta già percorrendo strade basate su forni elettrici e riduzione diretta del ferro, anche attraverso l’impiego dell’idrogeno.
Allora la domanda che dobbiamo porci è una sola:
“vogliamo accompagnare Taranto verso questa trasformazione o vogliamo semplicemente chiudere ciò che abbiamo e poi chiederci, troppo tardi, cosa fare delle migliaia di lavoratori e dell’intero indotto?”
Io non ho dubbi.
Taranto può e deve avere acciaio, lavoro e ambiente. Tutti e tre, non è una utopia.
Non possiamo scegliere tra il diritto alla salute e il diritto al lavoro.
Dobbiamo pretendere dalla politica e dalle istituzioni la capacità di renderli finalmente compatibili.
Perché se chiudiamo l’acciaio senza costruire il futuro industriale di Taranto, non avremo risolto il problema.
Avremo semplicemente chiuso una fabbrica e aperto una ferita sociale ed economica forse impossibile da rimarginare.
E questa volta “Taranto non può permettersi di essere ancora una volta il territorio chiamato a pagare il prezzo delle decisioni altrui.”
