CUCCU CON LOGO

Nel panorama della secolare civiltà figulina di Grottaglie, il “cuccu” (o cuccù) rappresenta molto più di un semplice utensile domestico: è un capolavoro di ingegneria popolare e un simbolo identitario della cultura contadina locale. La nota 1 all’undicesimo capitolo del volume di Ciro Cafforio ne offre una descrizione tecnica ed etnografica di straordinaria precisione, che permette di comprendere l’alto valore funzionale e antropologico di questo manufatto in argilla.

Da un punto di vista strettamente materico e strutturale, il cuccu viene descritto come un recipiente di argilla locale rivestito superficialmente da una patina stannifera. Questa smaltatura a base di stagno non aveva una funzione meramente estetica, ma assolveva a un compito tecnico fondamentale: impermeabilizzare la porosità naturale dell’argilla cotta, garantendo la perfetta conservazione del liquido contenuto (prevalentemente vino o acqua) ed evitando l’evaporazione o l’alterazione organolettica dovuta agli agenti esterni.

Morfologicamente, il recipiente è caratterizzato da:

  • Due anse laterali: disposte simmetricamente per consentire una presa salda durante il trasporto o la mescita.
  • Un’imboccatura estremamente stretta: una scelta progettuale che richiama la forma dei bombili, gli antichi vasi da unguento o da liquido della tradizione greco-romana.
  • Un sistema a foro ridotto: il tratto distintivo del cuccu risiede nel fatto che il canale di entrata e di uscita del liquido è talmente ristretto da impedire un flusso continuo e lineare.

Il nome stesso del manufatto è un’onomatopea derivata direttamente dal comportamento fisico del liquido al suo interno. A causa della strettezza dell’imboccatura e della dinamica dei flussi d’aria che si creano durante l’inclinazione del vaso, il vino (o l’acqua) non si riversa in modo fluido, ma fuoriesce letteralmente a gocce o a piccoli impulsi alternati.

Questo movimento interrotto genera un caratteristico rumore ritmico e gorgogliante, che l’orecchio popolare ha codificato nel suono “cu-cu-cu”. Da questa suggestione acustica è nato il termine dialettale cuccu, a dimostrazione di come la lingua locale sapesse fondere l’esperienza sensoriale con la catalogazione degli oggetti d’uso quotidiano.

Il “Cuccu” come Strumento Rituale e di Socialità

La nota di Cafforio mette in luce un aspetto antropologico divertente e cruciale legato all’uso del recipiente nei momenti di convivialità rurale. Bere dal cuccu richiedeva una vera e propria competenza tecnica, una maestria che distingueva i membri stanziali della comunità dai forestieri o dagli “inesperti”.

L’utilizzatore occasionale o maldestro, tentando di bere nel modo classico, si scontrava con la bizzarria del flusso intermittente, venendo obbligato a “centellinare” il vino goccia a goccia in modo frustrante. Al contrario, il bevitore esperto locale – abituato fin dall’infanzia all’uso di questi vetusti strumenti – applicava una tecnica precisa: accostando le labbra e creando il vuoto pneumatico all’imboccatura, riusciva ad aspirare e a canalizzare il liquido in modo costante, facendolo fluire agevolmente come se provenisse da un normale bicchiere. Il cuccu si trasformava così in un dispositivo di inclusione ed esclusione sociale, un piccolo “test d’ingegno” collettivo che animava le taverne e i banchetti contadini alla periferia del feudo.

Riferimento bibliografico:
Ciro Cafforio, Santa Maria Mutata nell’ex feudo di San Vittore della Mensa Arcivescovile di Taranto – Parrocchia di Maria SS. Annunziata – Grottaglie, Taranto, Tipografia Arcivescovile, 1954.

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