A fare chiarezza sul futuro dello stabilimento siderurgico e sui nodi giuridici che lo stringono è l’avvocato Antonio Lupo, Commissario Straordinario di Ilva S.p.A. in amministrazione straordinaria dal 1° giugno 2019 al 28 febbraio 2024. Forte della sua profonda conoscenza della struttura e della complessa transizione del sito jonico, Lupo analizza con durezza i recenti provvedimenti dei Tribunali di Milano, evidenziando quello che definisce un vero e proprio “travisamento della realtà attuale” e mettendo in guardia sui devastanti impatti socio-economici di un’eventuale chiusura dell’area a caldo.
DI SEGUITO, L’INTERVENTO INTEGRALE:
«Ho letto più volte, prima, il decreto del Tribunale di Milano e, poi, quello della Corte d’appello. In queste, così come in altre decisioni giudiziarie, lo stabilimento siderurgico di Taranto viene collocato all’interno di una sorta di acronia, nella quale il passato smette di essere passato e il futuro smette di essere futuro.
In questo spazio senza tempo si sovrappongono e si confondono la situazione impiantistica, produttiva ed emissiva ante 2012 e una situazione successiva al 2012 che viene incomprensibilmente considerata immutata e immutabile. I costosissimi interventi ambientali nel frattempo effettuati vengono ignorati o, comunque, non adeguatamente considerati e valutati nella loro realtà ed efficacia, con il conseguente travisamento della situazione degli impianti e delle relative emissioni: quelle passate, quelle attuali e quelle future.
Non è questa la sede per discutere analiticamente delle singole questioni, ma il ricorso per cassazione proposto da Ilva S.p.A. in amministrazione straordinaria e da Acciaierie d’Italia S.p.A. in amministrazione straordinaria mi sembrano, sotto molteplici profili, fondati.
Si pensi, ad esempio, al tema dell’amianto. Non solo l’amianto non costituisce un’“emissione” degli impianti dello stabilimento siderurgico e risulta contenuto all’interno dei cowper degli altoforni in condizioni di sicurezza, ma esso non avrebbe potuto formare oggetto di valutazione nel procedimento di autorizzazione integrata ambientale secondo la disciplina ordinaria oggi vigente in materia di AIA, alla quale lo stabilimento deve attenersi dopo l’esecuzione del Piano ambientale del 2017. La presenza di amianto negli edifici e negli impianti è infatti notoriamente assoggettata a una disciplina diversa e speciale.

Lo stesso vale per il tema dei valori limite. Mi sembra che il Tribunale e la Corte di appello di Milano abbiano confuso i valori limite di emissione alla fonte degli impianti con i valori limite relativi alla qualità dell’aria ambiente. E, soprattutto, la Corte d’appello non sembra avere adeguatamente considerato che nell’autorizzazione integrata ambientale relativa agli impianti di Ilva sono presi in considerazione tutti gli inquinanti emessi dai camini dello stabilimento, nel rispetto della normativa vigente, e che per essi sono stati applicati valori limite di emissione alla fonte estremamente restrittivi.
In questi anni si è progressivamente alimentata l’idea che la distruzione dello stabilimento possa produrre un effetto catartico, una sorta di panacea per tutti i mali di Taranto. E l’impressione è che l’ansia di accogliere rappresentazioni fortemente emotive della realtà ambientale dello stabilimento abbia talvolta finito per condizionare la ricostruzione dei fatti e la loro valutazione giuridica.
Ma la realtà attuale è diversa da quella che troppo spesso continua a essere evocata. Lo stabilimento siderurgico di Taranto non presenta più il profilo impiantistico ed emissivo che lo ha caratterizzato nella sua fase storica precedente. Gli interventi realizzati hanno profondamente modificato gli impianti e il relativo impatto emissivo. Ed è proprio questa trasformazione che non può essere ignorata, sostituendo alla verifica della realtà attuale l’immagine — drammatica, ma storicamente determinata e passata — dello stabilimento di ieri.
Mi auguro, dunque, che l’istanza di sospensione proposta da Ilva e da Acciaierie d’Italia venga accolta. Anche perché, se così non fosse, si aprirebbe una questione che meriterebbe di essere affrontata senza pregiudizi: quale sarebbe o quale potrà realmente essere la situazione ambientale, sociale, economica e sanitaria di Taranto dopo la chiusura dell’area a caldo? La deprivazione socio-economica produce malattie, e anche, non si dimentichi, tumori (sì, tumori), oltre che gravissimi disagi e criminalità. E solo chi è ottuso non vuole capire che con la chiusura dell’area a caldo la deprivazione socio-economica di Taranto e Provincia sarebbe drammatica per le sue dimensioni enormi e il conseguente pesantissimo impatto.»