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Rif. bibl.: F. Stea – L. Galletto, Amministrazioni e amministratori postunitari grottagliesi, Schena, 1983

Se la classe dirigente si concentrava sulle grandi riforme urbanistiche e ferroviarie, la vita degli ultimi decenni dell’Ottocento si rivelò estremamente dura e travagliata per le classi popolari, in particolare per i contadini e gli artigiani. La comunità grottagliese fu colpita a più riprese da calamità naturali, violente alluvioni e ricorrenti malattie epidemiche che misero in serio pericolo la sopravvivenza stessa degli abitanti, costringendo gran parte della popolazione rurale a fare i conti con il morso quotidiano della fame.

La memoria storica locale conserva le paterne parole dei vecchi padri e delle madri dell’epoca, i quali raccontavano delle tante sere invernali in cui la gente dei campi non riusciva a saziarsi neppure di erbe selvatiche. All’alba, gli zappatori si recavano al lavoro portando nelle loro bisacce solo una misera “plava” (una spianata di pane povero e duro) come unico sostentamento per affrontare giornate di fatica massacrante. Di fronte a questa miseria, l’Amministrazione Comunale cercò di reagire incrementando le tasse locali fino al limite della sopportabilità pur di non rinunziare ai piani di assistenza, ai ricoveri per i non abbienti e alla distribuzione di sussidi legati a lavori pubblici artificiali, difendendo la sopravvivenza dei propri amministrati.

 Il salotto conteso: speculazione e compromessi nella piazza di Grottaglie

Nel maggio del 1872, l’Amministrazione Comunale si trovò ad affrontare una delle questioni urbanistiche più spinose del dopoguerra unitario: l’ampliamento della piazza principale del paese. L’area appariva allora soffocata da una serie di casupole, “bassi” e sotterranei malsani e poco decorosi, in gran parte di proprietà di privati e della potente Congrega del Rosario. Sebbene l’esigenza di igiene e decoro pubblico imponesse la demolizione di questi tuguri, la soluzione si rivelò tutt’altro che immediata.

I verbali d’archivio (Delibera n. 6 del 14 maggio 1872) rivelano come dietro le quinte del dibattito si muovessero forti resistenze: vi era la necessità, non troppo velata, di salvaguardare gli interessi economici privati di alcuni influenti membri dello stesso Consiglio Comunale. La votazione che ne seguì spaccò l’assemblea con opinioni fortemente contrastanti. Impossibilitato a varare un progetto definitivo, il Consiglio dovette ripiegare su un accordo di massima, limitandosi a quantificare i costi teorici per le demolizioni e gli espropri futuri.

In netto contrasto con questa situazione di stallo, il Consiglio mostrò invece una rapidità d’intenti quando si trattò di aumentare il compenso dell’addetto alla manutenzione del pubblico orologio. Riconoscendo il valore di un tecnico qualificato che doveva farsi carico, a proprie spese, di ogni “riattazione e rifazione” del meccanismo, la sua paga mensile venne aumentata da trentaquattro a cinquantuno lire.

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