Rif. bibl.: F. Stea – L. Galletto, Amministrazioni e amministratori postunitari grottagliesi, Schena, 1983
La preziosa opera di ricostruzione storica costituisce un vero e proprio faro d’orientamento per chiunque voglia comprendere come l’Italia odierna sia nata dal profondo travaglio postunitario. Gli autori, muovendosi con straordinaria pazienza in un immenso e confuso materiale d’archivio, sono riusciti a far parlare vecchie e polverose carte, operando una mirabile opera di ricomposizione storica che restituisce dignità alle fatiche dei nostri padri.
Il saggio mette in risalto il faticoso operare del Consiglio Esecutivo dell’Amministrazione grottagliese, che mosse i suoi primi, incerti passi concentrando le pochissime risorse disponibili nei campi vitali della sanità pubblica e dell’istruzione elementare. L’obiettivo primario era sradicare l’ignoranza diffusa e formare nuovi intelletti, avviando la gioventù sul cammino dello sviluppo. Fu proprio in questo clima di rigenerazione che si posero le basi di quella specifica identità del lavoro artigianale per la quale Grottaglie avrebbe presto assunto un grandissimo risalto economico non solo a livello regionale, ma in tutta Italia e nel mondo, grazie alla sua celebre tradizione ceramica.
Tutto questo avvenne affrontando sacrifici immensi. Gli amministratori dell’epoca si trovarono a operare sul “letto di Procuste” di bilanci comunali drammaticamente in rosso. Non disponendo dei mezzi finanziari per prevedere nuove costruzioni, la classe dirigente grottagliese applicò rigorosamente la cosiddetta “politica della lesina”. Si decise di riattare e riutilizzare gli antichi edifici religiosi e i Conventi espropriati allo Stato Pontificio e agli ordini monastici, trasformandoli in scuole, ospedali e ricoveri per i non abbienti. Per finanziare questi presidi minimi di civiltà, gli amministratori furono costretti ad aumentare le tasse locali sino all’estremo limite della sopportabilità. Guardando oggi allo squallido e modesto aspetto di quegli edifici provvisori, spesso mascherato da ripetute imbiancature a calce, non si può che ammirare la solerzia e l’accortezza di quegli amministratori che seppero sbloccare i bilanci e gettare le basi delle odierne strutture cittadine.
Dal fango alla pietra dura: la svolta modernizzatrice di Vitantonio La Sorte
Il passaggio dal regime paternalistico delle cadute dinastie borboniche al nuovo ordinamento venuto dal Nord aprì la strada a riforme strutturali che cambiarono il volto urbanistico della città. L’emblema assoluto di questa stagione di onestà, solerzia e lungimiranza amministrativa fu Vitantonio La Sorte. Di lui si può dire, parafrasando la celebre citazione classica applicata alla Roma di Augusto, che “trovò Grottaglie di mattoni e la lasciò di marmo”. [1]
In un’epoca in cui la quasi totalità dei comuni del circondario della Terra d’Otranto affogavano nel terriccio, nel fango e nella breccia durante le piogge, La Sorte compì una scelta d’avanguardia: rese Grottaglie l’unico centro della zona a possedere le strade del nucleo urbano interamente lastricate in pietra dura.
Non si trattò di un intervento puramente estetico, ma di una riforma strutturale legata all’igiene. La Sorte dotò l’abitato di un sistema razionale di fognature e canalizzazioni sotterranee, progettato per combattere il flagello delle acque stagnanti, allora principali vettori di epidemie. L’opera fu realizzata con una tale perizia tecnica e robustezza che, quando alcuni decenni dopo si provvide a un ampliamento e rifacimento della rete fognaria sotterranea, gli ingegneri moderni ritrovarono le robuste condotte ottocentesche perfettamente integre e funzionali. Le canalizzazioni precedenti furono riutilizzate con grande economia e tangibile vantaggio per le casse comunali, dimostrando la bontà di una gestione pubblica che sapeva guardare oltre le scadenze del proprio mandato.