madonna della mutata

Il lungo e complesso cammino per la sistemazione demaniale nel territorio della provincia di Taranto affonda le sue radici in un sistema secolare di diritti collettivi. Per generazioni, le comunità locali hanno esercitato sui terreni agrari e boschivi i cosiddetti “usi civici”: diritti essenziali alla sopravvivenza legati al pascolo degli animali, alla semina e alla raccolta della legna (il diritto di legnare e pascere). Con l’avvento della legislazione moderna, in particolare con la Legge 16 giugno 1927 n. 1766 e il successivo Regolamento del 1928, lo Stato italiano impose la liquidazione di questi gravami per favorire la piena proprietà della terra e lo sviluppo agricolo.

Le indagini storiche e le perizie tecniche – guidate da figure chiave come il geometra istruttore Ciro Lapeschi e, successivamente, dall’ingegner Giovanni Pica – hanno dovuto isolare e identificare con precisione chirurgica le terre effettivamente gravate da questi vincoli collettivi. Attraverso relazioni istruttorie (come quella fondamentale dell’11 marzo 1938), l’attenzione si è concentrata su un’estensione complessiva di ben 336.32.55 ettari in agro di Taranto.

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Località storiche e contrade strategicamente cruciali per l’economia rurale del tempo sono finite al centro di questo imponente censimento demaniale: Capo Canale, Gironda, Grottafornara, Nasisi (con la zona della Vaccarella), Ninco Nenco, S. Onofrio, Spagnoli, S. Teresa, S. Termiola e Triglie. Lo scopo primario degli esperti era separare in modo definitivo il demanio universale od ex-feudale (spesso escluso dalle indagini nel Tarantino) dai beni di provata provenienza ecclesiastica o monastica, i quali venivano progressivamente assoggettati a progetti di divisione e riparto delle quote.

IL BRACCIO DI FERRO DELLA TERRA: LO SCONTRO LEGALE TRA COMUNI, DEMANISTI E L’ASSOCIAZIONE COMBATTENTI

I documenti d’archivio svelano un fitto reticolato di carteggi, ricorsi, ordinanze e sentenze che hanno visto contrapposti i Comuni (in primis Taranto e Santeramo, ma con forti ripercussioni anche sui territori di Statte, Sava e Montescaglioso) e un nutrito gruppo di cittadini, ditte occupanti ed enti del territorio. Da un lato, le amministrazioni comunali spingevano per la legittimazione e l’incasso dei canoni enfiteutici a favore della collettività; dall’altro, i privati resistevano strenuamente in giudizio per difendere l’esclusività dei propri possedimenti.

GROTTAGLIE CATASTALE DEL CENTRO STORICO 1881

Nelle aule del Commissariato e della Sezione Speciale della Corte d’Appello di Bari, sfilano i nomi di decine di piccoli e grandi proprietari terrieri: da Donato, Giuseppe, Tommaso, Addolorata, Cosima e Francesca Caforio (titolari di un terreno a vigneto di oltre un ettaro) ad Angelo De Giorgio fu Gildo, da Nunzio ed Oronzo Fornaro fino a Francesco, Giuseppe e Oronzo Marotta fu Cosimo, Nicola e Oronzo Peluso, Cataldo Ruggieri, Leonardo Specchia e Angelo Termite fu Tommaso. Accanto a loro emerge una ditta del tutto particolare: l’Associazione Nazionale Combattenti (Sezione di Statte), che gestiva in affitto una quota di terra (ex Iemma Teresa) dal signor Francesco Gianvito, accettando l’onere del canone in denaro (pari a sole 0,85 lire) data la palese capienza economica e produttiva del terreno.

La battaglia legale si è fatta particolarmente aspra intorno a fondi storici come Leucaspide, Giranello e Parco, legati alla ditta di Vincenzo De Filippis (fu Giuseppe). I privati, per bloccare le pretese demaniali dei Comuni, esibivano antichi e legittimi titoli d’acquisto burgensatica e rivendicavano il possesso utile “ultranazionale” o ultracinquantennale. Per risolvere i complessi nodi legali, i giudici guidati dal Commissario regio della Sezione Speciale hanno dovuto analizzare a ritroso una catena di rogiti notarili e atti storici straordinari, tra cui spiccano:

  • Un istrumento notarile del 1652 (firmato Caracciolo Scialoja) relativo a un canone di 70 ducati a favore del Capitolo di Taranto.
  • Un antico documento datato 8 gennaio 1561, con cui donna Donata De Notaris donò al Capitolo un fondo di 310 tomoli.
  • Un contratto di concessione in enfiteusi del 2 novembre 1799, stipulato da Don Tommaso Ungaro a favore dei coniugi Sannicandro e Maroni per la difesa “Le Lanza con Capocanale” e la masseria “La Radia” (corrispondente all’attuale complesso di Archinà-Caselle), pari a ben 1070 tomoli di terra.

Mentre in alcuni casi – come per la ditta di Giovanni Caroli ed altri nel comune di Montescaglioso – l’azione legale dei privati è stata dichiarata inammissibile per la scadenza dei termini biennali di opposizione fissati fin dal 1928, in altri casi la Corte d’Appello ha accolto le tesi dei proprietari. È il caso delle ditte difese da Francesco, Vincenzo e Giacomo De Filippis, i cui fondi sono stati dichiarati patrimonio privato allodiale e completamente esentati da ogni gravame o futuro canone enfiteutico, condannando il Comune di Taranto al pagamento di ingenti spese di giudizio.

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