Scrivere oggi che la chiusura dell’area a caldo dell’ILVA potrebbe rappresentare non la soluzione dei problemi di Taranto, ma l’inizio di problemi nuovi e forse persino più difficili da governare, significa assumere una posizione controcorrente. Ne sono consapevole, soprattutto dopo la decisione della Corte d’Appello di Milano che ha disposto la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo entro novanta giorni. Ma ormai non discutiamo più soltanto del futuro: il processo che può condurre alla fermata è cominciato e il tempo si sta esaurendo.

Di fronte alla sofferenza che Taranto ha conosciuto per decenni, è comprensibile che molti considerino questa prospettiva una liberazione. Chiudere l’area a caldo e voltare pagina può apparire finalmente come la soluzione. Eppure proprio adesso abbiamo il dovere di porci una domanda più difficile: siamo certi che chiudere l’area a caldo significhi davvero proteggere Taranto?
Non pongo questa domanda contro i cittadini che hanno promosso il ricorso, né contro chi ha combattuto per anni convinto che la chiusura fosse l’unica strada possibile per tutelare la salute dei propri figli. Sarebbe ingiusto dimenticare da dove nasce quella convinzione. La pongo soprattutto alla politica e alle istituzioni, perché esiste un punto dal quale non possiamo continuare a prescindere: l’ILVA di oggi non è l’ILVA sequestrata nel 2012.

Da allora sono trascorsi quattordici anni. È stato attuato il Piano ambientale, sono stati realizzati importanti interventi sugli impianti, introdotte prescrizioni e tecnologie, effettuati investimenti e costruito un sistema di monitoraggio particolarmente stringente. Esistono relazioni, controlli, dati sulle emissioni e serie storiche sulla qualità dell’aria. È da questi documenti che dovremmo partire per stabilire cosa sia realmente cambiato. Eppure una parte consistente del dibattito pubblico continua a rappresentare la fabbrica come se questi quattordici anni non fossero mai trascorsi. Qui sta, a mio giudizio, una delle maggiori responsabilità della politica.
Una comunità che per anni ha associato quella fabbrica alla malattia e alla morte non poteva modificare spontaneamente la propria percezione. Sarebbe spettato alle istituzioni spiegare con trasparenza cosa era stato realizzato, quali rischi erano stati ridotti, quali permanevano e a quali condizioni fosse possibile continuare a produrre tutelando la salute. Questo lavoro non è stato fatto con la chiarezza e la continuità necessarie.
Se le condizioni fossero rimaste quelle che determinarono il sequestro del 2012, non avrei dubbi: se uno stabilimento non può produrre senza ammalare e uccidere, deve fermarsi. Nessun posto di lavoro può giustificare il sacrificio della salute e della vita. Ma la domanda è proprio questa: quelle condizioni sono ancora le stesse?
Ho seguito questo dossier dall’interno delle istituzioni durante la XVIII legislatura, confrontandomi con commissari, tecnici e amministrazioni e studiando documentazione che raramente entra nel dibattito quotidiano. È anche sulla base di quell’esperienza che ho maturato una convinzione diversa da quella oggi prevalente.

Ed è una posizione che mi costa esprimere anche perché riguarda la forza politica nella quale ho militato. Il Movimento 5 Stelle ha avuto responsabilità di governo determinanti nella gestione della vicenda ILVA e proprio durante quegli anni una parte importante del percorso di ambientalizzazione è andata avanti. Per questo faccio fatica a comprendere come oggi, anche nel Movimento, si possa chiedere la chiusura dell’area a caldo senza mettere al centro della discussione ciò che nel frattempo è stato realizzato. Anch’io ho sostenuto la necessità di chiudere le fonti inquinanti. Ma se cambiano le condizioni, una classe dirigente responsabile deve essere capace di riesaminare anche le proprie convinzioni.
La responsabilità, naturalmente, non è di una sola forza politica. Riguarda, con ruoli diversi, i governi che si sono succeduti, le istituzioni nazionali e locali e una classe dirigente che in quattordici anni non è riuscita a definire il futuro dello stabilimento.

Per anni abbiamo parlato di decarbonizzazione come se fosse sufficiente pronunciare quella parola per costruire un piano industriale. La decarbonizzazione della siderurgia richiede invece tecnologie, energia, infrastrutture, investimenti enormi e tempo. La mia convinzione è che sarebbe stato necessario proporre sul mercato un complesso industriale in grado di mantenere, nelle condizioni autorizzate e sotto rigoroso controllo ambientale, una produzione a ciclo integrale, costruendo parallelamente il passaggio verso tecnologie progressivamente decarbonizzate, anche attraverso i forni elettrici. Avremmo potuto così tenere insieme produzione, occupazione e trasformazione tecnologica. Oggi rischiamo invece la soluzione peggiore: non una transizione, ma una chiusura senza una vera alternativa.
Un’acciaieria non è un interruttore. Fermare l’area a caldo significa incidere sulla sostenibilità dell’intero sistema, sull’occupazione, sull’indotto e sulle possibilità di costruire una prospettiva futura. E pensare di preservare la sola area a freddo senza chiarire attraverso quale modello industriale possa reggersi significa soltanto rinviare il problema.
C’è poi un aspetto che Taranto non può ignorare: anche la chiusura ha conseguenze sanitarie, sociali e ambientali. La deprivazione socioeconomica, la disoccupazione e la perdita di reddito incidono sulla salute delle comunità. E spegnere gli impianti non significa bonificare: le passività ambientali resterebbero, insieme alla necessità di reperire enormi risorse per affrontarle. Il rischio è un paradosso: dopo aver combattuto per decenni contro i danni dell’inquinamento, potremmo ritrovarci a fronteggiare quelli della deprivazione economica con, in più, un gigantesco sito industriale ancora da bonificare.
Nel frattempo il ricorso in Cassazione è stato presentato, ma la decisione della Corte d’Appello resta esecutiva e il tempo della discussione rischia di essere superato da quello dei fatti. A questo punto potremmo arrivare alla chiusura senza avere costruito il “dopo”. Ma una chiusura non è una politica industriale, non è una riconversione e non è una bonifica.
Io non chiedo a Taranto di scegliere l’ILVA contro la salute. Chiedo di verificare, sulla base delle condizioni attuali e dei dati disponibili, se quella contrapposizione esista ancora. Perché oggi la domanda non è più soltanto come proteggere Taranto dall’ILVA, ma anche come proteggerla dalle conseguenze della sua fine.