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Rif. bibl.: F. Stea – L. Galletto, Amministrazioni e amministratori postunitari grottagliesi, Schena, 1983

 Il difficile passaggio istituzionale e sociale di Grottaglie verso la nascita dello Stato Unitario

Il 1861 rappresentò una pietra miliare per la Penisola: si realizzava finalmente quell’Unità d’Italia che parecchie generazioni di liberi spiriti e patrioti avevano lungamente sognato. Come evidenziato da Benedetto Croce nella sua fondamentale Storia d’Italia, le fondamenta dell’antico ordine europeo sancito dal Congresso di Vienna del 1814-15 subivano una scossa violenta e irreversibile. Un ordine nuovo, del tutto sconosciuto ai vecchi ambienti conservatori, cominciava faticosamente a prendere forma tra scoppi di giubilo popolare, il respiro sollevato degli oppressi, il ritorno degli esuli politici e l’affrancamento di popolazioni che ormai si riconoscevano sotto un’unica bandiera.

I mezzi di comunicazione in espansione, la mobilitazione di massa dell’esercito e della burocrazia, il contatto più stretto con le grandi nazioni d’Europa e la rapida diffusione delle idee liberali stavano già mutando radicalmente la fisionomia della vecchia Italia, un tempo frammentata e “straniera a se stessa” da regione a regione.

In questo clima di fervore, dove tutto era da rifare e a tutto si poneva mano con lo sforzo dettato dal bisogno, il problema più arduo per il neonato governo era l’uniformazione del sistema giuridico-amministrativo. Il Paese si presentava infatti come una congerie di norme, decreti e disposizioni regionali o locali, scaturenti dalle precedenti legislazioni dei vari Stati preunitari, con un grave pregiudizio per la capillarità e la certezza del diritto.

Dai documenti d’archivio emerge che, nell’anno immediatamente precedente l’Unità, l’Amministrazione Comunale di Grottaglie era retta da un Decurionato con a capo un Sindaco. Sebbene i nomi delle istituzioni stessero per cambiare con l’avvento dei piemontesi, la struttura burocratica profonda rimase sostanzialmente identica, ereditando quel modello fortemente accentrato che in Francia vedeva nel Prefetto lo strumento cardine del governo centrale. Nella legislazione borbonica del Regno di Napoli, questa figura prendeva il nome di Intendente. Nelle province più estese, come la Terra d’Otranto, l’Intendente creava un subordinato: nel caso di Grottaglie, un Sottointendente che risiedeva nella vicina Taranto e che vigilava con pugno di ferro sulle dinamiche locali.

 TRA PANE E DIGNITÀ: LE TENSIONI SOCIALI DELLA GROTTAGLIE OTTOCENTESCA.

Rif. bibl.: F. Stea – L. Galletto, Amministrazioni e amministratori postunitari grottagliesi, Schena, 1983.

 I doveri del Sindaco borbonico e il dramma della miseria contadina nelle delibere comunali

Secondo la legge borbonica del 1816, la figura del Sindaco godeva di poteri solenni e complessi. Assistito dal Consiglio degli Eletti e dal Decurionato, era il primo incaricato dell’Amministrazione Comunale. Aveva la diretta gestione delle rendite cittadine e l’obbligo tassativo di presentare ogni anno un “conto morale” al Sottointendente di Taranto. Oltre a garantire l’applicazione di leggi e regolamenti, il Sindaco esercitava un’autorità di ferro sulla forza militare di stanza nel Comune, potendo disporre della gendarmeria locale. Nei momenti più drammatici, come durante l’esplosione del brigantaggio, egli assumeva il comando effettivo del costituito Corpo della Guardia Nazionale, operando come un moderno Commissario di Pubblica Sicurezza e Ufficiale di Stato Civile.

Tuttavia, dietro l’apparente rigore burocratico della macchina amministrativa, il malcontento e la disperazione serpeggiavano ovunque tra la popolazione grottagliese. Gli studi storici condotti dal Prof. Fabio Stea e dal Dott. Luigi Galeone mettono in luce un quadro sociale drammatico. Nelle deliberazioni del Comune di Grottaglie dell’epoca è martellante, quasi ossessiva, l’esortazione affinché chiunque ne avesse la possibilità disponesse l’avvio di lavori pubblici. Si trattava spesso di opere artificiali, talvolta persino inutili dal punto di vista infrastrutturale, ma concepite con l’unico nobile scopo di sovvenire alla sussistenza dei più poveri.

La classe politica locale riconosceva in questi provvedimenti un principio cardine: l’umana esigenza di chi aveva pieno e legittimo diritto al “pane comune”. Un pane che il popolo non chiedeva in elemosina, ma che pretendeva di guadagnare con il sudore della fronte. Anche il povero, si legge tra le righe delle delibere, aveva diritto al rispetto per la propria dignità. Questo periodo così intenso e travagliato di transizione sociale ed economica si avviò alla conclusione solo alla fine del secolo, quando l’avvocato Orazio Minichini passò idealmente la mano alle nuove, tumultuose istanze sociali del Novecento.

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