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Rif. bibl.: F. Stea – L. Galletto, Amministrazioni e amministratori postunitari grottagliesi, Schena, 1983

La modernizzazione ottocentesca di Grottaglie passò inevitabilmente attraverso il trauma della perdita del suo patrimonio storico. Il caso più emblematico fu l’abbattimento dell’antica Porta Sant’Angelo, un rudere fatiscente che sorgeva all’incrocio di tre strade maestre (per Taranto, Francavilla Fontana e Montemesola). La questione si aprì formalmente quando il cittadino Ciro Motolese chiese i punti di allineamento per fabbricare un edificio in un giardinetto attiguo alla porta; per accelerare i tempi e ottenere il suolo comunale necessario, il Motolese si offrì di demolire la porta a proprie spese.

L’accordo scatenò un accesissimo scontro ideologico in Consiglio Comunale. L’ala modernista trovò il suo portavoce nel Consigliere Alfonso Pignatelli, deputato che conosceva i grandi centri urbani dell’epoca. Pignatelli sostenne che “la civilizzazione dei tempi attuali richiede che tutti i paesi e tutte le città debbono avere molte entrate, ed ove esistono delle porte, queste debbono atterrarsi”.

A questa visione radicale si oppose fermamente il Consigliere Francesco Orlando, esponente del pensiero conservatore. Orlando difese il monumento con tre argomentazioni: il lustro che gli antichi monumenti (anche se ruderi) conferiscono a una città, la loro funzione di barriera notturna contro i malfattori e l’importanza delle porte per una città cinta da mura, richiamando la massima classica «Urbis appellatio muris». Orlando denunciò l’abbattimento come una “mostruosità” che avrebbe esposto alla vista dei passeggeri solo infelici abituri, ricordando che solo quattro anni prima erano stati spesi fondi pubblici per restaurare i battenti in legno, e concluse amaramente citando il Conte Ugolino di Dante: «e non piangi, di che pianger suoli?». La mozione conservatrice venne però respinta: l’appello nominale si concluse con 7 voti favorevoli all’abbattimento e 5 contrari, segnando la fine della storica porta.

LA PERMUTA DEI CONVENTI E LA NASCITA DELLA NUOVA RETE VIARIA

Per addolcire l’amarezza della distruzione di Porta Sant’Angelo, nella primavera del 1873 l’Amministrazione passò al “censimento” e all’abbellimento dei suoli laterali rimasti liberi, riallacciando contemporaneamente i negoziati per l’allargamento della piazza principale. Per finanziare gli espropri, il Comune stabilì un piano di pagamento a rate annuali con un interesse del 7% della durata di quattro anni per i proprietari privati (Matteo, Blasi, Traversa e Annicchiarico) e di vent’anni per le Congreghe del Rosario e del Nome di Gesù.

Poiché sotto i locali da abbattere si trovavano i sotterranei e gli oratori di queste confraternite, ormai pericolanti per la vetustà, il Consiglio Comunale attuò una strategica permuta immobiliare attingendo ai beni ecclesiastici incamerati dallo Stato: cedette alla fratellanza del Rosario la Chiesa degli ex-Paolotti e alla congrega del Nome di Gesù l’oratorio dell’ex-Chiesa dello Spirito Santo.

Nonostante la mole di provvedimenti urbanistici, l’attività edilizia non conobbe sosta. A pochi giorni di distanza, il Consiglio deliberò la costruzione della strada per l’Ospizio di Mendicità e l’avvio di urgenti lavori sul Pendio Forleo. Quest’ultimo, a causa di una pendenza pericolosa che causava continui incidenti a pedoni e veicoli, venne “picconato alla meglio” per ridurne la pericolosità. Contemporaneamente, vennero stanziati fondi in economia per realizzare un canale di scolo secondario nei pressi dell’ex-farmacia Ursoleo e per riattare la stradella di Via Pantalaccio, l’arteria vitale che conduceva ai quartieri dei figuli, i maestri ceramisti di Grottaglie.

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