Rif. bibl.: F. Stea – L. Galletto, Amministrazioni e amministratori postunitari grottagliesi, Schena, 1983
Alla fine del diciannovesimo secolo, l’Amministrazione Comunale di Grottaglie si trovò dinanzi all’impossibilità oggettiva di risolvere la gravissima crisi finanziaria dell’ente senza ricorrere a una radicale e impopolare imposizione fiscale. Nella coscienza dell’intero paese siffatta necessità era ormai divenuta imprescindibile, spettando al saggio criterio del Consiglio esaminare e applicare quelle misure di economia che potessero fruttare le risorse occorrenti, conciliando al contempo la disparità di interessi dei cittadini di tutte le categorie.
Il punto sulla situazione contabile, ricostruito minuziosamente nelle adunanze del 1898, rivelava un quadro drammatico: il deficit fisso ammontava alle famose 10.000 lire — a cui si cercò di provvedere mediante l’accensione di un mutuo che gravò ulteriormente sulle passività —, a cui si aggiungevano altre 3.000 lire di disavanzo causate dagli stanziamenti insufficienti per voci vitali come il servizio di spazzatura e le spese impreviste.
Il bilancio subì un ulteriore tracollo a causa di mancate entrate strategiche. Venne meno il provento di 7.000 lire derivante dalla prestazione d’opera, non più attuabile per la decorrenza dei termini prescritti, mentre il Comune rimase vincolato a pagare l’uguale somma all’appaltatore della strada per San Marzano. Inoltre, le 17.000 lire preventivate dal ricavato della vendita degli alberi del bosco comunale non furono realizzate, a fronte di passività già in corso destinate a essere coperte da quell’entrata.
Verso il Governo centrale, per le spese di mantenimento degli inabili, il Municipio registrava un debito superiore alle 9.000 lire. A complicare lo scenario pendevano tre diverse controversie legali presso la Giunta Provinciale Amministrativa (G.P.A.): una seconda causa per circa 12.000 lire, sul cui esito non si poteva fare alcun affidamento, e una terza questione per 2.500 lire. Le obbligazioni toccarono il culmine quando gli arbitri nominati per liquidare i lavori della strada Mutata e del canale dei Figuli emisero una sentenza avversa al Comune, condannando l’ente a pagare ben 16.000 lire al costruttore Luigi Santoro a saldo di ogni suo avere.
Il passivo complessivo verso lo Stato e il Santoro raggiunse così la considerevole cifra di 39.500 lire. Per far fronte alla prima rata e alla quota di interessi in imminente scadenza occorrevano subito 6.000 lire liquide; riepilogando l’intera partita contabile, urgeva procurare una indiscutibile maggiore entrata di 43.000 lire, riducibile di appena 3.000 lire grazie ad altre economie d’esercizio. Per reperire tali fondi, il Sindaco propose di sfruttare l’eccedenza della sovrimposta erariale, previo inserimento per legge di due tasse minori sugli esercizi, le rivendite, le vetture e i domestici in mite proporzione, in modo da fruttare 2.000 lire, ricavando le restanti 14.000 lire dall’applicazione della tassa del focatico, concepita per colpire i grandi proprietari terrieri e i molti forestieri che rappresentavano quasi la metà dei contribuenti della fondiaria, salvaguardando i cittadini meno abbienti.
Lo scontro in aula: la tesi del focatico progressivo di Manigrasso
Ottenuta la parola in Consiglio, il consigliere Emanuele Manigrasso pronunciò un discorso di eccezionale gravità, sottolineando come dalla decisione dell’aula dipendesse letteralmente la salvezza del paese o le dimissioni in blocco dei consiglieri. Manigrasso ricordò ai presenti che l’Amministrazione in carica si era costituita con il preciso programma del risanamento del bilancio e che l’introduzione dei tributi era un atto doloroso ma noto a tutti a causa del dissesto ereditato. Egli esponeva quanto fatto per rendere pubblico tale stato di necessità, evidenziando che restava unicamente da scegliere la tipologia di tassa più conveniente e meglio accolta dalla cittadinanza.
Nel compiere un circostanziato esame dei diversi tributi, Manigrasso si oppose fermamente alla proposta del Presidente di deliberare l’eccedenza della sovrimposta erariale combinata alle tasse prescritti per legge (esercizi, rivendite, vetture e domestici). A suo parere, questo cumulo fiscale avrebbe generato conseguenze dannosissime: una buona parte della popolazione sarebbe stata colpita d’un tratto da una rigorosa e sproporzionata pressione fiscale, mentre i grandi capitali avrebbero eluso il contributo non partecipando in proporzione alla propria reale posizione finanziaria.
Manigrasso propose quindi l’applicazione della tassa unica del focatico (la tassa di famiglia), la sola che, colpendo la generalità dei nuclei familiari, si informava ai moderni concetti di progressività e proporzionalità della reale condizione economica di ciascun contribuente. In questo modo, nessuno avrebbe avuto ragione di lagnarsi di sperequazioni o maggiori aggravi. Secondo i calcoli del consigliere, la tassa sul focatico avrebbe garantito a Grottaglie un gettito sicuro di 40.000 lire, una cifra imponente con cui si sarebbe potuto provvedere non solo al pareggio di bilancio, ma anche al finanziamento della conduttura dell’acqua potabile. Quest’ultimo era il desiderio più ardente della popolazione, la quale, vedendo sorgere la pubblica fontana, avrebbe accettato il tributo senza muovere lagnanze, trasformando il problema dell’igiene e della salute pubblica durante le stagioni di siccità da lontano miraggio a concreta realtà.