LA PUGLIA DELLE MASSERIE PRIMA DELL’ACCIAIO: ALLE ORIGINI DI UN’INFRASTRUTTURA AGRARIA TRA FEUDALESIMO E MERCATI
Dal Medioevo all’età moderna, la ricerca urbanistica svela come la rete rurale grottagliese e tarantina abbia anticipato l’economia capitalista e sostenuto lo sviluppo del Regno
C’era una Puglia prima dell’industrializzazione degli anni Sessanta, un territorio in cui la complessa “dimensione urbana” non si esauriva entro i confini delle mura cittadine, ma si estendeva in una fitta e vitale rete di nodi produttivi: le masserie. Un recente filone di studi e appunti di ricerca volti a ridefinire l’assetto urbanistico della città di Grottaglie getta una nuova luce sulla storia economica e sociale della Terra d’Otranto, dimostrando che il sistema delle masserie non è stato un semplice aggregato di architetture rurali spontanee, ma una vera e propria infrastruttura strategica di scala continentale.

L’evoluzione della “Massa”: dal latifondo alla cellula produttiva
La ricerca affonda le mani nelle fonti documentarie bassomedievali (tra il XIII e il XV secolo) per decodificare l’evoluzione del termine massaria. In origine, la massa indicava il grande latifondo imperiale, regio o ecclesiastico. Nel tempo, il termine ha subito una metamorfosi, passando a definire sia i singoli lotti contadini sia, in senso più moderno, le vere e proprie fattorie a destinazione cerealicolo-pastorale.
Le fonti d’archivio rivelano una straordinaria varietà di funzioni: si andava dalle aziende specializzate nell’allevamento di suini o bovini fino alla cosiddetta “masseria da campo”, senza dimenticare il contratto di lavoro denominato “facere massariam”. Già alla fine del XIII secolo, i Capitoli di Barletta documentavano l’esistenza di masserie “animalium et caporum” (di animali e di campo) soggette a dazi doganali, mentre una costituzione di Carlo d’Angiò del 1283 esentava i prelati e i baroni dal pagamento del jus exiture (il dazio di esportazione) per il grano proveniente dalle proprie masserie e trasportato via mare all’interno del Regno.
La mappa del Tarantino: i Del Balzo Orsini e le preesistenze rupestri
Il Tarantino emerge dalle carte storiche come un territorio ad altissima densità e avanguardia masserizia. I documenti d’archivio censiscono strutture di rilievo eccezionale:
- Nel 1402, il frazionamento delle terre del potente Giovanni Antonio Del Balzo Orsini, Principe di Taranto, evidenzia una rete strutturata di masserie coloniche.
- Nel 1411, viene registrata una imponente masseria di ben 200 tomoli nei pressi della Salina Grande di Taranto.
- Nel 1470, un notaio tarantino acquista per la propria attività una masseria di 50 tomoli interamente circondata da mura e siepi.
Il dato più sorprendente emerso dall’incrocio tra indagini archeologiche, artistiche e cartografiche è la continuità fisica di questi luoghi. Molte delle masserie ricostruite o fortificate tra il XVII e il XVIII secolo inglobano elementi medievali o addirittura rupestri preesistenti. Ne sono un esempio, a ridosso dell’agro grottagliese, la masseria Badia (in agro di Montemesola), sviluppata attorno a una torre merlata quattrocentesca, e la masseria Galeasi, situata strategicamente lungo l’antico asse di comunicazione Taranto-Oria.
Lo Statutum Massariarum: la catena di montaggio di Federico II
La grande masseria regia o feudale funzionava come una macchina aziendale perfetta, regolata da norme rigidissime che anticipavano la moderna organizzazione del lavoro. Lo Statutum Massariarum di età svevo-angioina (ispirato alla Constitutio Federicina) prevedeva un organigramma matematico coordinato dal magister massarius (il mastro massaro).

All’interno della struttura operava una comunità gerarchica divisa per mansioni specifiche: il vaccarium ad vaccas (per i bovini), il porcarium ad porcus (per i suini) e i pastori per le greggi. I lavoratori dipendenti ricevevano per il loro sostentamento (pro eorum victu) un tomolo e mezzo di frumento al mese (circa 100 kg). Ogni masseria di grandi dimensioni prevedeva persino la figura fissa di un notaio, stipendiato con 4 once all’anno, per registrare la contabilità e le nascite del bestiame.
Durante la stagione agraria, la masseria si apriva all’esterno attraverso l’antiniere, un vero e proprio reclutatore che si recava nei centri urbani per ingaggiare la manodopera stagionale. Era il tempo dei mietitori: piccoli coltivatori che alla fine di maggio scendevano dai presidi montani per riversarsi nella fertile pianura pugliese.
Il braccio agricolo dell’Impero: rifornire la capitale Napoli
Nel corso del XVI e XVII secolo, il sistema delle masserie compie il suo definitivo salto di scala, rompendo definitivamente il cerchio dell’autoconsumo medievale per immettersi nei grandi circuiti commerciali. La spinta propulsiva arrivò dall’impressionante boom demografico di Napoli, la capitale del Regno.
Il surplus della piccola produzione contadina non era più sufficiente a sfamare una metropoli in continua espansione. Fu così che le terre della Dogana vennero destinate alla coltura intensiva (nascono le espressioni “Masseria Nuova” o “Masseria di Corte”, contrapposte alle vecchie terre di “Portata” aragonesi). La Puglia divenne il granaio dell’Impero e la grande masseria fortificata si trasformò nello strumento urbanistico ed economico essenziale per garantire l’approvvigionamento cerealicolo della capitale.
Questo studio dimostra che la “dimensione urbana” di Grottaglie non può essere compresa se isolata dal suo agro: la masseria non è stata la periferia della città, ma il motore economico che per secoli ne ha garantito la sopravvivenza, prima che la grande industria rompesse questo millenario equilibrio biologico e sociale.