DI WALTER TRANI
Ti chiamavi Enrico Berlinguer. E ancora oggi, mentre la politica italiana sembra spesso un mercato di slogan, egoismi, urla e sorrisi costruiti a tavolino, il tuo nome continua a provocare qualcosa di rarissimo: rispetto. Un rispetto quasi fisico. Profondo. Silenzioso. Perché tu non avevi l’odore del professionista del consenso. Non sembravi uno nato per conquistare applausi o poltrone. Sembravi piuttosto un uomo schiacciato dal peso della responsabilità, uno di quelli che vivono la politica non come un privilegio ma come una missione civile. Ed è una differenza enorme. Gigantesca. Oggi siamo abituati a politici che parlano continuamente di sé stessi, che cambiano idee alla velocità dei sondaggi, che vivono dentro una campagna elettorale permanente fatta di telecamere, slogan e propaganda. Tu invece avevi qualcosa di antico e potentissimo: la credibilità.

ENRICO BERLINGUER A GROTTAGLIE 4 GIUGNO 1982
E la credibilità, in Italia, è sempre stata la forma più pericolosa della rivoluzione. Bastava vederti entrare in una stanza per capire immediatamente dove fosse il centro morale di quel luogo. Non eri il più simpatico. Non eri il più spettacolare. Non eri il più televisivo. Eri il più serio. E la serietà in questo Paese è sempre stata un atto rivoluzionario. Avevi capito prima degli altri che il Novecento stava cambiando pelle. Che il comunismo non poteva trasformarsi in dogma. Che la sinistra non poteva vivere soltanto di nostalgia operaia mentre il mondo correva verso una nuova epoca. Eppure non diventasti mai cinico. Non diventasti mai uno di quei leader pronti a sacrificare qualunque valore pur di restare attaccati al potere. Tu no. Continuavi ostinatamente a parlare di morale pubblica, di dignità, di giustizia sociale, di austerità, mentre intorno esplodevano gli anni dell’edonismo, del consumismo, del craxismo scintillante, delle televisioni commerciali, della politica trasformata in marketing elettorale permanente. E forse è proprio lì che hai perso politicamente ma hai vinto moralmente. Perché la storia, spesso, non premia subito chi vede più lontano. Ma il tempo sì. Il tempo restituisce tutto. E oggi, guardando il degrado morale di certa politica contemporanea, le tue parole sembrano quasi profezie. “La questione morale”. Madonna santa, Enrico. Oggi sembra una frase proveniente da un’altra civiltà.

Oggi che troppi politici sembrano influencer con la fascia tricolore, oggi che il trasformismo è diventato normalità, oggi che il potere viene vissuto come carriera personale e non come servizio al popolo, la tua figura diventa gigantesca. Perché tu costringevi tutti a confrontarsi con una domanda terribile: “Io, davanti a quest’uomo, quanto sono credibile?”. Ed era questo che faceva paura. Non urlavi. Non insultavi. Non recitavi il personaggio del giustiziere. Ma la tua sola presenza metteva a nudo la miseria morale di tanti altri. E forse è proprio per questo che oggi un abisso separa il tuo modo di intendere la politica da quello di tanti attuali dirigenti del Partito Democratico locale, troppo spesso prigionieri di logiche di corrente, compromessi, tavoli di convenienza e piccoli giochi di potere che nulla hanno a che vedere con la tensione etica, culturale e popolare che tu rappresentavi. Tu parlavi al popolo guardandolo negli occhi. Oggi troppi parlano soltanto ai gruppi di potere guardando i sondaggi. E Grottaglie questo lo ricorda bene. Ricorda quando nel 1982 arrivasti proprio nella nostra città per la chiusura della campagna elettorale amministrativa insieme a Michele Trani. Una folla immensa. Un mare di persone ad ascoltarti in silenzio, quasi con devozione civile. Perché quando parlavi non sembrava di assistere a un comizio. Sembrava di partecipare a qualcosa di più grande: un’idea alta della politica, della dignità umana, della giustizia sociale. Poi arrivò Padova. Giugno 1984. Quel palco.

Il sudore. La voce che si spezza. Il corpo che cede mentre tu continui ostinatamente a parlare. Ed è lì che Enrico Berlinguer smette definitivamente di essere soltanto un leader politico e diventa qualcosa di molto più grande: un simbolo umano. Perché gli italiani hanno sempre amato chi resta in piedi fino all’ultimo secondo anche quando il destino ha già deciso tutto. E tu restasti lì. A finire il discorso. Come un uomo che considerava il proprio dovere più importante perfino del proprio corpo. E quando moristi non pianse soltanto il popolo comunista. Pianse l’Italia intera. Persino chi non ti aveva mai votato ebbe la sensazione profondissima di aver perso qualcosa di irripetibile. Non semplicemente un segretario di partito. Ma un’idea alta, nobile, quasi sacra della politica. Oggi viviamo nel tempo dell’apparenza, dell’opportunismo permanente, dei politici costruiti dai consulenti d’immagine e delle ideologie ridotte a slogan pubblicitari. E allora guardare Enrico Berlinguer fa quasi male. Perché ci ricorda quanto sia precipitato in basso il dibattito pubblico. Ma ci ricorda anche che un’altra politica è possibile. Una politica fatta di rigore, umanità, cultura, sacrificio e amore autentico per il popolo. E forse è proprio per questo che continui a mancare anche a chi non era comunista. Perché più che un leader sei diventato una misura morale. Un paragone. E i paragoni troppo alti fanno male soprattutto a chi viene dopo.
Walter Trani
Coordinatore Grottaglie Rinasce