Il fallimento dell’Abate Scerardi e il ricorso all’ingegneria idraulica inglese dell’Ottocento
Il problema dell’approvvigionamento idrico ha rappresentato per secoli la più grave e angosciante piaga per la popolazione di Grottaglie. A causa del regime meteorologico pugliese, caratterizzato da un’estrema irregolarità delle piogge e da mesi estivi e invernali flagellati da siccità assolute, la comunità assisteva impotente al languire della vegetazione e alla moria del bestiame. Nonostante il sottosuolo grottagliese godesse di una falda freatica non avara, la tecnologia dell’epoca non permetteva ancora lo scavo dei pozzi artesiani, riducendo l’accesso alle acque sotterranee a una pura speranza.
Nel 1868, in preda alla disperazione, l’Amministrazione Comunale decise di affidarsi a suggerimenti parascientifici, ingaggiando un noto rabdomante, l’Abate benedettino Scerardi, che aveva già operato a Lecce. L’illusione di far scaturire l’acqua dalle viscere della terra tramite il monaco fallì miseramente: il progetto tanto vagheggiato restò solo una speranza e non si potè approdare a nulla di concreto.
Quattro anni dopo, nel 1872, Grottaglie si trovava ancora allo stesso drammatico punto. I verbali d’archivio registrano le continue e legittime doglianze dei cittadini, costretti durante l’estate a percorrere chilometri fuori dal paese alla ricerca di qualche pozzo privato per attingere il più elementare dei beni. Di fronte al fallimento della superstizione, la classe dirigente compì una svolta radicale, abbandonando i rabdomanti per affidarsi a ricerche concrete e positive guidate dalla scienza idraulica.
Venne deliberato di invitare un “professore dell’arte idraulica” per verificare la perennità di alcune sorgenti storiche situate a sette o otto chilometri dall’abitato, note come la Minna, la Mutata e il Colatore. Il Sindaco si adoperò alacremente e, venuto a conoscenza che a Castellaneta operava un celebre ingegnere idraulico inglese, il Signor Nicolas, lo chiamò a Grottaglie per affidargli l’esame della sorgente del Colatore, ponendo le basi per il primo vero progetto scientifico di adduzione idrica della città.
“L’ULTIMO FREGIO SULLA CHIOMA DI GROTTAGLIE”: L’ORAZIONE DI DOMENICO MARANÒ
Il celebre discorso del 1873 sulla necessità civile e igienica della pubblica fontana
Il 13 maggio 1873 rappresenta una data storica per le istituzioni grottagliesi. Durante la seduta di Consiglio dedicata alla Delibera n. 20 (“Assegnazione di progetti per la pubblica fontana”), l’aula fu teatro di un discorso solenne, intriso di erudizione classica, passione patriottica e retorica risorgimentale, pronunciato dal Consigliere Domenico Maranò.
Maranò esordì richiamando i colleghi e il Sindaco alla grandezza dell’impresa, definendo la costruzione della fontana pubblica un’opera eminentemente necessaria e utile se analizzata sotto quattro profili fondamentali: civile, igienico, agricolo ed economico.
Dal punto di vista della civiltà, Maranò sostenne che la fontana avrebbe nobilitato il paese, permettendo a Grottaglie di non sfigurare di fronte alle “città sorelle” d’Italia sulla via del progresso: l’opera pubblica sarebbe stata “l’ultimo atto di cui si fregerà la chioma” della città. Fu però sul piano igienico e sociale che il consigliere toccò le corde più drammatiche, ricordando come i bisogni di una popolazione cresciuta considerevolmente non potessero più essere soddisfatti dai vecchi depositi, soprattutto a fronte di stagioni in cui il cielo “si è reso di bronzo”.
Maranò descrisse con un “quadro luttuoso” le sofferenze dell’anno precedente, quando la povera gente era costretta a mendicare una brocca d’acqua di casa in casa o, spinta dalla disperazione, si riduceva a dissetarsi direttamente nelle fogne, bevendo un’acqua melmosa e ridotta a fango pur di sopravvivere. Quell’orazione appassionata segnò il punto di non ritorno politico, costringendo il Consiglio a mettere da parte ogni esitazione economica pur di sanare una ferita che offendeva la dignità del popolo.