
PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DELL’ORDINE DEGLI ARCHITETTI PPC TARANTO
Arch. Paolo BRUNI
CONSIGLIERI DEL CONSIGLIO DELL’ORDINE DEGLI ARCHITETTI PPC DI TARANTO PRESIDENTE E COMPONENTI LA COMMISSIONE URBANISTICA DELL’ORDINE DEGLI ARCHITETTI PPC DI TARANTO
Arch. Antonella CARELLA
Ieri, domenica 15 marzo, ho dedicato la mia “giornata particolare”, dalle ore 14 alle 18, ad osservare Piazza Ebalia e a soffermarmi e riflettere sul tratto di lungomare compreso tra il Nautylus e la Rotonda di Palazzo Brasini (Palazzo del Governo).
Non posso che escludere, categoricamente, che gli ultimi interventi, tanto nella piazza quanto sul lungomare, possano essere stati concepiti dalla mente e disegnati dal lapis di un architetto. Di fronte a quanto ho visto, ho provato – e continuo a provare – imbarazzo, sofferenza e dolore; ma anche delusione, scoramento e una profonda inquietudine. È difficile non sentirsi turbati dinanzi a tanta incuria e a tanta BARBARIE. È il sentimento che nasce quando si ha la sensazione di assistere a un gesto di violenza nei confronti di un luogo che possiede una propria identità, una propria dignità e una propria bellezza.
Sorvolo, per ora, sulle banali e svilenti “aiuole” di Piazza Ebalia, che finiscono per mortificare la fontana e non rendono alcun onore alla dignità della piazza stessa, uno degli spazi urbani più rappresentativi e iconici del Borgo di Taranto.
È sul lungomare, però, che lo sconcerto diventa più profondo e la risposta progettuale sembra essere la più brutale. Qui sopravvive ancora, e lo sguardo incontra la “selvaggia… aspra e forte”, vigorosa foresta urbana residua — questa sì, autentica, non quella dei Tamburi — che ancora resiste con la sua naturale potenza, che costituisce uno degli ultimi frammenti di natura spontanea nel cuore della città.
Un luogo in cui la luce, il verde, la sabbia, il mare e il sole compongono un paesaggio di naturale bellezza e rara armonia: può diventare di elevatissima funzionalità urbana, non solo visiva. Davanti a tanta luminosità e bellezza, alla verzura, allo splendore del mare, alla sabbia e al sole, ci si aspetterebbe interventi guidati da sensibilità e misura, saggezza, dedizione e impeciamento. Sul sedime di cantiere giacciono già pareti in cemento e gabbie metalliche predisposte per la realizzazione di pali in calcestruzzo da infiggere nel terreno. Per il consolidamento di quella scarpata, ancora verde e spontanea, magari ricca di fiori, non sarebbe stato possibile — con un minimo di sensibilità verso tanta naturale bellezza e nel rispetto di una reale compatibilità ambientale — ricorrere a soluzioni più leggere e armoniche?

Ad esempio, strutture in legno accompagnate dal ripascimento della spiaggia e da interventi leggeri, capaci di dialogare con l’ambiente invece di imporsi su di esso. Si sarebbe potuto immaginare anche la realizzazione di piccole “oasi”, supporti o piattaforme, sempre in legno naturale e brado, sospese a sbalzo e rimovibili: luoghi semplici ma preziosi, destinati al riposo e al relax, allo svago, alla meditazione, alla contemplazione del paesaggio. Luoghi e spazi in cui gli abitanti del Borgo — e non solo loro — possano sostare ai piedi o all’ombra della “selva sempreverde”, prendere il sole, scendere al mare, ritrovare e ristabilire un rapporto diretto e armonioso con la natura, il mare e il Paesaggio.
Nel frattempo torna a circolare con insistenza la voce ancora più inquietante secondo cui si vorrebbe realizzare un parcheggio all’interno dei pregiatissimi vani architettonici, molto alti e voltati a crociera, situati sotto la Rotonda di Palazzo Brasini, affacciati proprio sul magnifico Mar Grande.
SE QUESTA IPOTESI DOVESSE CONCRETIZZARSI, SAREMMO DI FRONTE A UN VERO CRIMINE URBANISTICO, NATURALISTICO E PAESAGGISTICO.
Un oltraggio non soltanto all’architettura e al paesaggio di quel luogo, ma alla Città stessa. Per questa ragione, con queste righe, invito l’Ordine Professionale ad intervenire e sollecito tutti gli architetti ad esprimere una voce chiara e forte, unanime e autorevole. È necessario mobilitarsi e intervenire presso le autorità competenti per scongiurare e impedire un simile atto vandalico, che consegnerebbe alla città uno scempio mostruoso quanto vasto, indecoroso e vergognoso.

Al contrario, proprio gli architetti dovrebbero aiutare l’intera amministrazione comunale a comprendere lo straordinario valore e la profonda valenza urbatettonica di quei volumi: riscattati dall’oblio, essi possono diventare un elemento decisivo per la salvaguardia, la valorizzazione e la rigenerazione urbana e funzionale del Borgo di Taranto. Quel tratto rigoglioso di lungomare — breve e poetico quanto la “Mattina” di Ungaretti: «M’illumino d’immenso» — è un autentico portento urbanistico, paesaggistico e umano. Una risorsa rara, preziosa e irrinunciabile per la rinascita socio-culturale, umanistica ed economica del Borgo di Taranto. Possibile che nessuno se ne renda conto? Quel tratto di costa deve essere assolutamente rifunzionalizzato e riportato allo splendore e all’uso “integrato” degli anni ’30-’50 del secolo scorso. Soprattutto gli architetti hanno il dovere di spiegare, con chiarezza e determinazione, e far comprendere ai politici e ai dirigenti chiamati al Governo del Territorio l’importanza urbanistica e l’unicità naturalistica, paesaggistica e umanistica di quel tratto di costa. Perché non si tratta soltanto di un luogo. Si tratta di una visione di Città.
Arch. Antonio FANIGLIULO