QUANDO LA VERITÀ È SEMPRE IN TASCA
Da sempre diffido di chi ha la verità in tasca.
Le verità assolute, soprattutto quando riguardano fenomeni complessi come il clima, mi hanno sempre insospettito. La scienza, quella vera, dovrebbe essere fatta di studi, dati, confronto, dubbi, verifiche e soprattutto della possibilità di mettere in discussione una teoria senza essere immediatamente accusati di eresia.
Il cambiamento climatico esiste. Nessuna persona seria può negare che il clima della Terra sia cambiato e continui a cambiare.
Ma una cosa è riconoscere un fenomeno scientifico; altra cosa è trasformarlo in una sorta di religione civile nella quale alcuni diventano sacerdoti, altri fedeli e chi osa porre una domanda viene immediatamente catalogato come ignorante, negazionista o nemico dell’ambiente.

È proprio questo atteggiamento che non mi piace.
Perché quando qualcuno, invece di rispondere ad una domanda, ti dice che devi leggere, studiare e che non hai competenze, implicitamente sta dicendo: io so, tu no.
E qui mi torna in mente l’Alieno di Avanti un altro!:
«Chi siete? Da dove venite? Quando si mangia?»
Perché davanti ai misteri dell’universo, forse un po’ di umiltà non guasterebbe a nessuno.
Io non sono un climatologo e non pretendo di esserlo. Ma proprio per questo non mi permetto di impartire lezioni di climatologia agli altri.
Ho però seguito personalmente, documentandomi anche attraverso gli articoli pubblicati dalla stampa, vicende che meritano di essere ricordate. Ho seguito il dibattito scientifico e mediatico sulle dichiarazioni e sulle campagne di Al Gore e, soprattutto, le polemiche che hanno riguardato nel tempo le modalità di rilevazione e trattamento dei dati relativi alle temperature oceaniche.
Non sono questioni da liquidare con un’alzata di spalle o con l’accusa di “negazionismo”.
La scienza non ha bisogno di tifoserie.
Ha bisogno di verifiche e contraddittorio.
E proprio perché non sono un climatologo, preferisco lasciare ai climatologi il compito di discutere di climatologia.
Quello che invece mi permetto di fare è chiedere conto delle scelte amministrative.
E allora arriviamo a Grottaglie.
Una pista ciclabile può essere utile. Il verde è utile. Una mobilità più sostenibile è auspicabile.
Ma una pista ciclabile non diventa automaticamente una grande opera di contrasto al cambiamento climatico soltanto perché qualcuno la definisce tale.
Bisogna capire dove viene realizzata, quanto costa, chi la utilizzerà, quali problemi risolve e quali eventualmente ne crea.
Perché una città non è un laboratorio nel quale applicare formule ideologiche ignorando la vita quotidiana dei cittadini.
A Grottaglie abbiamo commercianti che, a seguito di alcune modifiche alla viabilità e della realizzazione di una rotatoria, hanno denunciato cali degli incassi arrivati, secondo quanto riportato dalla stampa e riferito dagli stessi operatori, al 40 per cento e oltre.

Questi sono problemi concreti.
Come è concreto il problema dei cittadini che non trovano parcheggio, dei residenti del centro storico alle prese con ZTL, paletti e divieti, dei genitori che devono accompagnare i figli a scuola.Nel centro storico c’è anche la scuola elementare Don Bosco. Fortunatamente, almeno per ora, non ci è stata ancora regalata una pista ciclabile davanti all’ingresso.
Ma in via Calò abbiamo invece una scuola elementare davanti alla quale si sta realizzando una pista ciclabile.
E allora la domanda è semplice: dove dovranno fermarsi le automobili dei genitori quando accompagneranno o andranno a riprendere i propri figli?
Non basta rispondere che in Norvegia i bambini vanno a scuola in bicicletta.
Grottaglie non è Oslo.
Abbiamo condizioni climatiche, urbanistiche, abitudini, servizi e caratteristiche sociali differenti.
E soprattutto abbiamo una realtà che deve essere conosciuta prima di progettare.
A Grottaglie, su circa 32.000 abitanti, circolano oltre 22.000 automobili. Sono circa 687 automobili ogni mille abitanti.
Questo dato non significa che dobbiamo dichiarare guerra all’automobile.
Significa semplicemente che l’automobile fa parte della vita quotidiana della nostra città.
Chi governa deve prenderne atto e costruire alternative credibili prima di penalizzarne l’utilizzo.
Perché il cittadino non può essere trattato come un suddito da educare.
La politica seria non deve dire alla gente come deve vivere.

Deve ascoltarla.
E soprattutto deve spendere bene i soldi pubblici.
Più alberi, più ombra, recupero delle acque piovane, manutenzione del verde, trasporto pubblico efficiente, marciapiedi dignitosi, sicurezza stradale e piste ciclabili dove realmente servono: benissimo.
Ma se una scelta produce più disagi che benefici, se penalizza residenti e commercianti, se costa molto e non produce risultati misurabili, allora qualcuno dovrà pur avere il coraggio di domandare:
ne valeva davvero la pena?
E magari, prima di citare l’IPCC per impartire lezioni ai cittadini, sarebbe utile rispondere proprio a queste semplici domande.
Perché io continuerò a farmi domande.
Non ho la verità in tasca.
E, sinceramente, diffido parecchio di chi invece ce l’ha sempre.