ARMANDO DONATELLI LIBRO

“ Tu ca no Cusi, no fili e no tiessi comu faci sti gnemmri cruessi?”  del Maestro e Prof. Armando Donatelli arriva in libreria (edicola Arcadio di Via Marconi. Stampa Ettorre-Grottaglie ) ad ampliare  e la Rete Culturale Grottagliese, un meticoloso lavoro di recupero culturale  del Prof. Armando Donatelli. Nato a Grottaglie nel 1957, Donatelli ha conseguito il diploma in Pianoforte presso il Conservatorio “Umberto Giordano” di Foggia sotto la guida dei Maestri Franca Pignatelli, Cesare Campanella e Lucy Di Palma, dedicando poi gran parte della sua vita all’insegnamento nelle scuole medie.All’inizio degli anni ’90, su invito del presidente Cosimo Piergianni, gli viene affidata la direzione corale del celebre “Piccolo Teatro di Grottaglie” (realtà storica fondata a metà degli anni ’60 con le prime rappresentazioni come “Lu capellone scucculatu” e “Scinni patrunu”). Per questa istituzione, Donatelli ha composto appositamente i commenti musicali e curato la parte corale di importanti opere teatrali scritte dal docente e socio fondatore Pietro Pierri, come “La sollevazione delle Grottaglie del 1734” e “La cunnannata”. Nel 2012 espande il suo raggio d’azione fondando il gruppo folk “I Briganti del Duca”, tuttora operante e pilastro della musica etnica locale.

Il volume si arricchisce delle collaborazioni con altre storiche figure del territorio:
– Il poeta grottagliese G. V. Cofano (1921-2005), autore dei volumi “Cientu puisi”, con cui Donatelli ha scritto numerosi canti scolastici e per i concerti del Piccolo Teatro.
– Il maestro presepista Emanuele Esposito, grande esperto di tradizioni orali che ha affidato al Professore le proprie preziose liriche.
– Il docente Pietro Pierri, che oltre a essere drammaturgo ha curato la trascrizione dei canti nel volume “Mi ricordu nnu giurnu cantavi”.

 IL VALORE DELLA MEMORIA E L’ANTIDOTO ALLA GLOBALIZZAZIONE

Il patrimonio immateriale e le radici storiche della Puglia trovano una delle loro espressioni più autentiche nelle opere nate per custodire il folklore locale. In questo solco si inserisce la produzione artistica e di ricerca legata alla tradizione di Grottaglie, celebre cittadina della provincia di Taranto nota in tutto il mondo per il suo storico quartiere delle ceramiche.

L’opera si configura come un vero e proprio antidoto alla globalizzazione culturale e all’impoverimento delle espressioni umane. In un’epoca in cui l’uso diffuso della lingua italiana e lo studio delle lingue straniere rischiano di far scomparire le parlate locali tra i giovani, la musica popolare e la poesia dialettale rimangono l’ultimo baluardo per custodire l’identità profonda di un popolo.

 SIGNIFICATO DEL TITOLO E IL VALORE DEL PROVERBIO

Il titolo dell’opera evoca l’antico proverbio grottagliese: “Tu ca no cusi, no fili e no tiessi comu faci šti gnemmri cruessi?” (tradotto letteralmente come: “Tu che non cuci, non fili e non tessi come fai a creare questi gomitoli grossi?”).

L’autore ricorre a questa metafora della tradizione artigianale per spiegare il senso profondo della pubblicazione. Se un tempo la filatura e la tessitura erano il fulcro della quotidianità e delle relazioni comunitarie, oggi questo testo raccoglie i canti, le musiche e le note a margine per offrire un contributo concreto alla continuità e alla conservazione del dialetto. Non si tratta di uno studio astratto, ma del racconto delle espressioni, dei fatti e delle storie vissute che hanno segnato la comunità grottagliese dal 1960 fino ai giorni nostri, arricchendosi costantemente di note autobiografiche e attente osservazioni della realtà circostante.

LE RADICI INTIME DELLA RICERCA: LA MADRE COME ‘FIRONI’ E IL TARANTISMO

L’ispirazione e la transmissione di questo immenso corpus sonoro affondano nelle memorie familiari più intime dell’autore. La madre, vissuta nelle masserie amministrate dal nonno materno tra Taranto e il resto del Salento, apprese i canti direttamente nei campi, dove la musica era il “secondo compagno di lavoro”. Grazie alle migrazioni stagionali che portavano carovane di contadini leccesi verso la ricca e ospitale Grottaglie, la donna assimilò le varianti dialettali e canore dell’intero territorio brindisino e leccese.

Per l’autore, la madre ha rappresentato “lu fironi” (termine locale per definire il salvadanaio di creta, inteso metaforicamente come cassaforte di tesori immateriali) della tradizione: custodiva una memoria prodigiosa capace di ricostruire all’istante storie, poesie e melodie partendo da un semplice accenno. La stessa passione la portò, a ben 84 anni, a conquistare una platea di giovani ballando una trascinante pizzica insieme allo zio Vittorio (all’epoca quasi novantenne) durante un matrimonio.


Dalle pagine emerge inoltre una preziosa testimonianza antropologica sul tarantismo a Grottaglie. L’autore rievoca i ricordi d’infanzia legati a due vicini di casa colti da crisi convulsive ed etichettati popolarmente come “tarantolati”, ma soprattutto il ricordo indelebile di quando, a soli otto anni, fu condotto dai compagni più grandi nel quartiere delle ceramiche, “sott’allu cunzaturi”. Questa espressione (o “basciu alli cunzaturi”) identifica l’area nei pressi di porta Sant’Antonio, all’estremità di via Crispi, dove un tempo operavano operosi conciatori di pelle. Lì vide ballare due signore in modo insolito e ipnotico, realizzando solo in età adulta di av assistito, con molta probabilità, all’ultimo ballo di una tarantolata a Grottaglie.

STRUTTURA E GUIDA AI CANTI DELLA TRADIZIONE

Il volume offre una dettagliata classificazione tematica e filologica del repertorio jonio-salentino, fornendo una preziosa guida ai canti in base agli argomenti e ai contesti storici:

  • Liriche della terra: Componimenti dedicati all’identità geografica e affettiva, focalizzati su Grottaglie e sul Salento. Spiccano titoli emblematici come “Li Vurtagghji”, “Lu paisu mia”, “Nui simu t’li Vurtagghji” e l’evocativo “Lu làuru”, legato al leggendario folletto del folklore locale.
  • Canti di campagna o lavoro: Brani storici come “Comu si ccogghjiunu l’alii” o “La fatia si chiama” nascono dalla dura realtà dei campi. Spesso eseguiti in forma polifonica dai contadini, questi canti oscillano tra la rassegnazione e le prime, spontanee forme di protesta sindacale contro lo sfruttamento e la miseria.
  • Stornelli, serenate e canti goliardici: Eseguiti tradizionalmente la sera, al termine delle faticose giornate lavorative. I cantori portavano la serenata sotto le finestre o nelle case delle famiglie, le quali accoglievano con gioia i musicisti. Accompagnati da chitarre, organetti e immancabili tamburelli, si improvvisavano versi per lodare i membri della casa, e la performance si chiudeva ritualmente con una lauta cena o generose offerte di vino (es. “Mo ca t’affacci”, “Bonasera cummà Marì”, “L’effettu di lu miéru”, “Lu lampasciòni”).
  • Canti d’amore: Esplorano il sentimento romantico, la lode della bellezza o la malinconia dell’amore non corrisposto. Spesso fungevano da vero e proprio strumento rituale di corteggiamento: l’innamorato attendeva pazientemente la donna nei luoghi d’incontro quotidiano come la fontana pubblica, l’uscio di casa o “allu pizzulu” (l’angolo o gradino esterno della casa). Tra i titoli si leggono “Amori pirdutu”, “La vinnegna”, “So’ ‘nammuratu” e “La pampanedda”.
  • Canti a dispetto o a rampogna: Conosciuti anche come i canti dei “tràinieri” (i carrettieri), venivano utilizzati per rinfacciare pubblicamente, deridere o rimproverare comportamenti ritenuti moralmente censurabili (es. “Cantu a dispiettu”, “Comu t’ha fattu mammita”).
  • Pizzica, tarantate e tarantelle: Il volume traccia una netta distinzione metrica e antropologica. Le tarantate affondano le radici nel rito dell’esorcismo coreutico-musicale contro il morso del ragno (legato storicamente a Galatina il 28 e 29 giugno). La pizzica-pizzica si definisce invece come danza di corteggiamento sensuale basata sull’uso simbolico di un foulard rosso, accompagnata da violino e tamburello, in cui la coppia balla sfiorandosi spesse volte senza mai toccarsi. La pizzica di spade mette in scena la contesa rituale tra due sfidanti. Dal punto di vista metrico, tarantate e pizziche poggiano su un tempo quaternario in 4/4 o 12/8 fortemente percussivo, a differenza della tarantella di origine napoletana che si sviluppa in 6/8.
  • Canti religiosi e ninne nanne: Esprimono una fede vissuta nella quotidianità, in cui la Madonna e i santi sono visti come gli unici difensori degli afflitti (es. “Ave Maria”, “Inno a san Ciro”, “Inno a San Francesco di Paola”, “Ninna nanna allu Mmamminu”, “Štanotti int’allu cielu”). Nelle ninne nanne, la dimensione intima della casa si fonde con una profonda riflessione biblica e presepistica.
  • Miscellanea: Brani che raccolgono esperienze diverse e quadri quotidiani legati alla socialità o ad ambienti specifici, tra cui “A scuola”, “Il ballo della bidella”, “Siamo fratelli” e il pezzo strumentale “Rêverie”.

 CONCLUSIONI ED EREDITÀ CULTURALE: IL MONITO DI UCCIO ALOISI

La quotazione culturale di questa pubblicazione supera il mero valore commerciale per diventare un tassello documentario d’eccezione, impreziosito in copertina da un dipinto del 2002 che ritrae i vicoli azzurrati del centro storico di Grottaglie. L’opera risponde idealmente al profondo monito che il grande Uccio Aloisi (voce simbolo della tradizione di Cutrofiano) confidò un giorno direttamente a Donatelli: la speranza che la musica salentina non si esaurisse nei programmi standardizzati e fotocopia dei gruppi commerciali, perdendo le specificità storiche e i dialetti dei singoli paesi d’origine. Raccolte come “Tu ca no cusi, no fili…” agiscono esattamente in questa direzione, salvando dall’oblio i canti tradizionali e offrendo uno stimolo aperto per le future ricerche etnomusicologiche pugliesi.

Congratulazioni al caro recuperato amico, Compagno di tante “battaglie” politiche e    sociali, Onorato di poter presentare su g-pegaso.it. “ Tu ca no Cusi, no fili e no tiessi comu faci sti gnemmri cruessi?” Grazie Armando!!!

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